“Jackie” tra memoria, mito e ombre

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Massimo Giraldi

Sarà uno dei film protagonisti della notte degli Oscar, il prossimo 26 febbraio – nelle categorie miglior attrice protagonista Natalie Portman, miglior costumi e colonna sonora –, “Jackie” di Pablo Larraín, presentato in Concorso alla 73ª Mostra internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, dove ha ottenuto anche il premio per la sceneggiatura di Noah Oppenheim. Il film mette a fuoco, in forma di flashback, l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e la prospettiva del racconto è quella della moglie Jackie, come reagisce al drammatico evento. È solo l’ultimo sguardo che il cinema ha offerto sulla politica, sui leader e la gestione del potere.

“Jackie”, tra pubblico e privato. Il regista cileno Pablo Larraín – “Tony Manero” (2008), “NO. I giorni dell’arcobaleno” (2012) e Neruda (2016) – fa ingresso a Hollywood confrontandosi con una storia che tocca uno dei miti della politica e della società americana del XX secolo, la famigli Kennedy. Il film “Jackie” è un ritratto della first lady, che ha inizio con la formula dell’intervista. Ci troviamo infatti a Washington e il Presidente John F. Kennedy è stato da poco assassinato a Dallas, il 22 novembre 1963, durante la campagna elettorale. L’intervistatore (Billy Crudup) offre a Jackie (Natalie Portman) l’opportunità di ritornare sui fatti appena accaduti, di raccontare la vicenda dal proprio punto di vista, sollevando quel velo di separazione tra privato e pubblico. La morte di JFK, la corsa in ospedale, l’incontro con suoi due bambini e con il fratello del Presidente Bobby (Peter Sarsgaard), la gestione della stampa e dell’opinione pubblica. Ancora, il funerale, come comparire e cosa dire.

Il regista Larraín ci accompagna in un viaggio emotivo dentro il dolore di una donna, a lungo mitizzata, ma qui raccontata nel suo essere una moglie, una vedova, sola chiamata a gestire la sua disperazione sotto i riflettori del mondo, perché sposa del Presidente del sogno americano. Larraín entra con rispetto e delicatezza nella vicenda personale di Jackie, non risparmiando però richiami a ombre e fragilità, ben lontana dal mito in cui è stata cristallizzata.

Il merito di Larraín è quello, dunque, di osservare il personaggio Jackie senza accontentarsi di una confezione patinata, ma scavando nel dolore, nella complessità di una situazione impossibile da gestire. Jackie è ostaggio delle procedure attivate dalla Casa Bianca, è chiamata alla compostezza, alla fermezza, a reprimere ogni moto di ribellione o disperazione. Il film “Jackie” si presenta dunque come un ritratto probabilmente non del tutto realistico, ma certamente capace di restituire la complessità della situazione e il dramma esistenziale che dilania da quel momento in poi la vita della protagonista. Non ci sono sconti, i toni sono asciutti e poco indulgenti. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

Cinema e potere, da vedere anche “Un re allo sbando”.  Sempre sul tema cinema e racconto del potere, a febbraio in sala troviamo anche “Un re allo sbando” (“King of the Belgians”) di Jessica Woodworth e Peter Brosens, commedia passata nella sezione Orizzonti a Venezia73. Con un’ironia che sconfina nel grottesco, i due registi raccontano la vicenda del re Nicola III (Peter Van den Begin) in visita di Stato in Turchia, raggiunto dalla notizia che la Vallonia ha dichiarato l’indipendenza, facendo entrare in crisi l’idea stessa di uno Stato belga. Come in “Jackie”, anche qui il pretesto narrativo è l’intervista: infatti un documentarista segue passo passo il re, per raccontare la sua figura e la crisi istituzionale-personale in cui è coinvolto.

Film insolito e interessante, occasione per riflettere anche su un’Europa fragile e minacciata da scissioni.

Attraverso la carica satirica, “Un re allo sbando” avanza una denuncia contro la debolezza del potere e l’incapacità di aggregare il tessuto sociale. Hollywood ma anche l’Europa hanno contribuito molto al filone su cinema e potere (Cfr. D.E. Viganò, “La maschera del potere. Carisma e leadership nel cinema”, FEdS 2012), offrendo titoli significativi e di forte attualità: dai recenti “Il discorso del Re” (“The King’s Speech”, 2010) di Tom Hooper o “Frost/Nixon” (2008) di Ron Howard, al cinema di impegno civile di Francesco Rosi, tra cui “Il caso Mattei” (1972).

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