Monache Clarisse: lasciamo “che l’amore di cui il Signore ci ha fatto fare esperienza, illumini tutti”

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LuceDIOCESI – Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di ieri, domenica 5 febbraio.

«…perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Quali sono le opere buone di cui Gesù parla ai suoi discepoli nel brano del Vangelo di questa domenica?

Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci parla del digiuno: non della pia e devozionistica pratica religiosa da compiere per attirarci le benedizioni o i favori di Dio. Dio, ci dice sempre il profeta, non gradisce un culto che non tocchi la vita, giudica insensato il sacrificio senza l’amore, trova stucchevole un tributo a Dio che non passi attraverso la giustizia verso i fratelli, la condivisione della pena di chi soffre.

Non c’è atto di culto, cioè atto di amore verso il Signore, che prescinda da un atto di solidarietà verso il prossimo. Dice infatti il Signore per bocca del profeta: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?».

Ad un digiuno per fini egoistici, Dio preferisce una luminosa commensalità: «Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore…».

Come termina questa frase? In modo incredibile…perché tutto questo camminare incontro all’altro provoca una sorta di rimbalzo a nostro favore: «…la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà “Eccomi!”».

Colui che vede i bisogni e le sofferenze altrui e interviene per alleviarli, vedrà rimarginarsi le proprie ferite, farà l’esperienza di un Dio che gli viene incontro proprio nel suo farsi incontro ai fratelli.

Non si tratta, infatti, scrive giustamente Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi, di annunciare «il mistero di Dio con l’eccellenza della Parola o della sapienza» ma di fondare la nostra fede e quindi la nostra testimonianza, la nostra vita, non «sulla sapienza umana ma sulla potenza di Dio». E qual è questa potenza «se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso?». Il Dio che si fa piccolo per i piccoli, debole per i deboli, sconfitto per gli sconfitti.

E’ questo il nostro essere, stare, vivere nel mondo: «Voi siete il sale della terra…voi siete la luce del mondo…»: nessuna ansietà di convertire o di far vedere ciò di cui siamo capaci, ma la semplice e umile capacità di lasciare che l’amore di cui il Signore ci ha fatto fare esperienza, illumini tutti.

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