Protezione civile, il Sistema ha retto

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Protezione CivileDi Daniele Rocchi

La storia della Protezione civile in Italia è strettamente legata alle calamità che hanno colpito la Penisola la cui storia è segnata da terremoti e alluvioni. Nella fase immediatamente successiva a una grande catastrofe le decisioni sono favorite dal clima di forte emozione e solidarietà che dopo ogni disastro contagia l’opinione pubblica e le istituzioni. Esattamente come è accaduto dopo il sisma del 24 agosto e successivi, fino all’ultima ondata di maltempo che ha aggiunto morti e distruzione a un territorio già devastato. Immancabile anche la striscia di polemiche riguardanti i soccorsi, i ritardi, le inefficienze del Sistema. Si poteva fare meglio e di più? E come? Quanto sta pesando sul post-sisma l’onnipresente burocrazia? E soprattutto, il Sistema di Protezione civile deve essere rivisto? La nuova legge che riforma la Protezione civile è la risposta giusta? Lo abbiamo chiesto a uno dei padri della Protezione civile italiana, Elvezio Galanti, docente di legislazione ambientale e Protezione civile all’Università di Firenze e già dirigente del Dipartimento di Protezione civile alla Presidenza del Consiglio.

Professore Galanti, come giudica l’operato dei soccorsi e trova in qualche modo giustificate le polemiche sui ritardi che ne sono seguite?
Per prima cosa metterei in evidenza che, al sisma del 24 agosto, hanno fatto seguito altri eventi avvenuti con sequenze ed energie eccezionali come i terremoti del 26 e 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio scorso, tutti con magnitudo superiore a 5.0 che hanno provocato ulteriori gravi danni a uno scenario già devastato. A questo si aggiungano anche le eccezionali nevicate cadute dal 18 gennaio.

Il Sistema, già sotto pressione da agosto, ha funzionato.

Il Coordinamento ha retto egregiamente perché ha lavorato sulla base delle competenze che gli sono state assegnate nel 2010, da quando cioè il Governo Monti, a causa della spending review e delle vicende giudiziarie de L’Aquila (sisma del 2009), ridimensionò la Protezione civile riducendo la sua azione a quattro attività emergenziali: assistenza alla popolazione, coordinamento dei soccorritori e riavvio servizi essenziali, puntellamento e opere cosiddette provvisionali. Questo si poteva fare con i poteri di ordinanza della Protezione civile. Ed è stato fatto benissimo. Voglio inoltre sottolineare che la Protezione civile non è un Corpo ma un Servizio che coordina Corpi già organizzati, Vigili del Fuoco, Carabinieri, Sanità, Volontariato, Comunità scientifica. Un Coordinamento che si sviluppa a livello locale, provinciale, regionale e nazionale.

Ma se tutto è stato fatto bene perché le polemiche sulle inefficienze e ritardi nei soccorsi?
I problemi sono sorti con il post-emergenza, quindi con lo spostamento e la rimozione delle macerie, l’attivazione dei nuclei abitativi di emergenza, i container e via dicendo. Competenze che la Protezione civile non ha più dal 2010. Mi riferisco al cosiddetto “reinsediamento”, la fase durante la quale la gente si sposta dalle tende nei moduli abitativi di emergenza in attesa della ricostruzione. Esso prevede il posizionamento di prefabbricati ad uso abitativo. Un lavoro che necessita di espropri, della realizzazione di piazzole, di urbanizzazione primaria, di allacci.

Il reinsediamento non è la ricostruzione che spetta al Parlamento chiamato a legiferare su come riedificare le città distrutte. Alla Protezione civile spetterebbe per legge provvedere al reinsediamento da gestire con poteri straordinari, ma dal 2010 non è più così.

La burocrazia è un peso che rallenta la macchina dei soccorsi. Papa Francesco, all’Angelus, ha chiesto che “qualsiasi tipo di burocrazia non faccia aspettare e soffrire inutilmente” le popolazioni terremotate…
Faccio un esempio concreto: la rimozione delle macerie. Queste non possono essere considerati rifiuti speciali. Il loro spostamento dovrebbe rientrare nell’emergenza ed essere trattato con poteri derogatori straordinari. Altra annotazione: l’urbanizzazione è materia concorrente, appartiene alle Regioni. Se queste non si muovono il Dipartimento di Protezione civile non può fare nulla. Il sisma del 24 agosto ha investito ben quattro Regioni, ognuna delle quali ha una propria organizzazione e leggi diverse. Da qui nasce la necessità – in fase di post-emergenza – di

avere un Potere forte, centrale, che stabilisca con poteri di ordinanza il da farsi, insieme ai sindaci.

Il sindaco è la prima autorità di Protezione civile, poi vengono con il concorso sussidiario Provincia e Prefettura. Questi sono due enti che spesso e volentieri non dialogano fra loro, tant’è che spesso hanno due centri operativi distinti, nonostante vi sia una direttiva del Dipartimento che sollecita un centro operativo unico. Alla Provincia, poi, spetta fare anche il piano provinciale di protezione civile.

Ma quando entrano in gioco la burocrazia e la competizione tra gli Enti che dovrebbero coordinare a livello locale, allora tutto diventa più difficile e si sovraccarica il compito del Dipartimento nazionale.

La Protezione civile è ancora un modello vincente da sostenere o è da rinnovare? Servono nuove regole o più controlli?
Come dicevo, per quanto riguarda la parte del reinsediamento post-emergenza bisogna che siano accorpati, a livello centrale, i vari coordinamenti insieme ai sindaci. Dovrebbe essere rafforzato anche il rapporto tra Prefetture e Provincie che è l’anello debole della catena. Sono loro i primi ad aiutare i sindaci.

Ci vuole una legge che obblighi Prefetto, Provincia e Regione a dialogare attraverso precisi “accordi di programma” dove si decide prima chi fa, dove e come.

Non dimentichiamo che se si abbatte una calamità le prime informazioni arrivano proprio dal territorio colpito, Comuni, Province, Prefetture e Regioni sono terminali preziosi nel sistema di protezione.

Tutti questi suggerimenti sono presenti nel disegno di legge delega approvato solo pochi giorni fa dalle Commissioni Affari Costituzionali e Ambiente del Senato?
No. Ma questa legge delega, già approvata alla Camera il 23 settembre del 2015 può, con decreti d’attuazione, prevedere questi aggiustamenti. La stessa legge ha accolto in pieno l’intelaiatura della 225 del 1992, la legge madre quella che vuole il Servizio di Protezione civile suddiviso in quattro livelli – Comune, Provincia/Prefettura, Regione e Coordinamento nazionale. All’interno di questa architettura bisogna rafforzare il Capo Dipartimento conferendogli di nuovo quel potere di ordinanza per il reinsediamento che avevano, ad esempio, Guido Bertolaso, Franco Barberi, per arrivare a Giuseppe Zamberletti il padre fondatore della moderna Protezione civile italiana. Spero che nella nuova legge questo aspetto venga compreso. In Commissione si è lavorato bene. Sono fiducioso.

L’esperienza di questi mesi può e deve essere colta come opportunità per migliorare l’azione nelle emergenze e per le fasi di previsione, prevenzione e ripristino.

Tutte le leggi di Protezione civile dall’unità di Italia a oggi sono sempre state frutto di una crisi e di calamità.

La crisi di oggi deve diventare una risorsa per il futuro.

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