Migranti: ecco come WhatsApp ha cambiato i viaggi della speranza

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TelefoniDi Rino Farda

I numeri sono segreti ma uno dei fondatori di WhatsApp, Jan Koum, dice che è “rilevante” la comunità dei migranti che utilizza l’applicazione di messaggistica gratuita e instantanea. Un miliardo di persone in tutto il mondo mandano messaggi, foto e video con WhatsApp (censimento del 1° febbraio 2016). Quando nel 2014 Facebook decise di acquistare l’applicazione (un accordo di circa 19 miliardi di dollari), Jan Koum fece in modo di organizzare una parte delle transazioni finali davanti a un centro sociale di periferia, dove una volta anche lui aveva fatto la fila per raccogliere buoni pasto. Koum emigrò con la famiglia in California quando era un adolescente. Scappava dall’Ucraina. La storia di Koum non è un’eccezione. Sono tanti gli immigrati che adesso gestiscono società della Silicon Valley. Koum però è forse l’unico ad avere trasferito nella propria avventura di imprenditore digitale anche una parte del dolore e del disagio che deve aver provato da adolescente durante il suo viaggio della speranza verso la California.

Lingua franca. WhatsApp oggi è particolarmente popolare in India, dove ha più di 160 milioni di utenti, ed è molto usata anche in Europa, Sud America e Africa.

Le sue caratteristiche la rendono particolarmente adatta alle esigenze di migranti e rifugiati. L’applicazione è gratuita (e non è poco) ed particolarmente sicura per quanto riguarda privacy e sicurezza.

E’ diventata una sorta di “lingua franca” per tutti coloro che decidono di fuggire dai paesi martoriati dalla guerra e dalla fame in cerca di un futuro migliore e che affrontano, senza mezzi, un lungo viaggio verso l’ignoto. Il 2016 è stato tristemente caratterizzato dal dramma internazionale dei rifugiati e dei migranti. Anche il Papa non si stanca di ripeterlo. Dalla Siria martoriata al muro fra Messico e Usa, i migranti sono stati i protagonisti di un anno tragico. Politica e media si sono occupati costantemente dei flussi migratori. Si è però riflettuto poco sul ruolo che i social network e le nuove tecnologie stanno avendo nella vita dei migranti. L’esperienza di questi viaggi è stata profondamente alterata dall’interazione fra individui, famiglie e gruppi, che le applicazioni come WhatsApp consentono di attivare. I nuovi migranti usano Facebook, WeChat (popolare soprattutto in Cina), Skype. E’ stato però WhatsApp a cambiare veramente le abitudini. Viene usata per mandare foto e informazioni utili a coloro che devono ancora mettersi in viaggio. L’ignoto diventa così meno inquietante. I gruppi famigliari, per quanto divisi dalla distanza, riescono a mantenere un flusso costante di comunicazione. Anne Reef si è trasferita negli Usa nel 1988. Scappava dal Sudafrica. Appena arrivata, le telefonate verso casa erano eventi rari e molto costosi. Facebook e Skype hanno cambiato un poco le cose. La svolta però è arrivata solo con WhatsApp. “Adesso finalmente ho il senso di una vita quotidiana condivisa con nipoti e cugini anche se la distanza che ci separa è enorme”, dice Anne Reef.

Privacy e semplicità. L’innovazione di WhatsApp è sottile, spiega Farhad Manjoo in un lungo articolo pubblicato sul New York Times. Il segreto, dice, è la semplicità. L’applicazione fa solo poche cose ed è facile da usare. Il trend nella diffusione di questa applicazione è diverso da tutte le altre.

Sono i più anziani ad impadronirsi del sistema di messaggistica e a chiedere a figli e nipoti di scaricare WhatsApp. E’ questo il suo vero segreto. Ha dato la possibilità ai migranti di tutto il mondo di rimanere in contatto con una vastissima comunità di parenti ed amici che non amano gli altri strumenti di comunicazione, troppo sofisticati per i loro gusti.

Il rigore nella difesa della privacy poi ha consentito a molti rifugiati di scambiare informazioni in tutta sicurezza. WhatsApp, infatti, è intransigente sulla segretezza dei dati. Non c’è pubblicità e, per il momento, non c’è nessuna profilazione degli utenti. L’applicazione è al sicuro dagli “spioni di governo”, ha scritto Farhad Manjoo sul New York Times. Per i profughi siriani, WhatsApp è visto come lo strumento di comunicazione più sicuro, dice Majd Taby, un siriano emigrato negli Stati Uniti che sta lavorando ad un libro fotografico sui rifugiati. Taby arriva a sostenere che, senza WhatsApp, i flussi migratori dalla Siria sarebbero stati molto più piccoli. “Molti di noi a WhatsApp sono nati in altri paesi. Ci rendiamo conto di quanto sia importante rimanere in contatto con le proprie famiglie. Ogni caratteristica di WhatsApp è stata progettata in parte da qualcuno che vive sulla propria pelle e quotidianamente l’esperienza degli immigrati”, ha detto Jan Koum.

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