Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani: a tu per tu con Don Cogoni

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CogoniA cura dell’Istituto Teologico Marchigiano

MARCHE – Il prof. don Daniele Cogoni, presbitero della diocesi di Camerino, è docente stabile dell’Istituto Teologico Marchigiano, con lui abbiamo parlato dell’importanza della “Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani”.

Qual è il senso di questa ricorrenza annuale e come le comunità cristiane possono viverla in modo costruttivo?
Il senso di questa ricorrenza è indubbiamente da ricercare nel cuore stesso di Cristo Gesù, dal momento che il cammino ecclesiale verso l’unità visibile di tutti i credenti non fa altro che attualizzare il suo perenne desiderio: “che tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Tale desiderio di Cristo appartiene anche al Padre, come pure allo Spirito Santo il quale, non a caso, è chiamato “Spirito dell’unità”. Donando lo Spirito, il Padre e il Figlio coinvolgono l’umanità nell’esperienza della loro unità Divina, proprio per questo ogni divisione nel seno dell’umanità fatta Chiesa “ferisce” profondamente il “cuore stesso di Dio” poiché attesta il rifiuto del dono della sua unità. Tale “ferita” richiede pertanto l’impegno a ricostruire la comunione tra tutti i credenti, laddove questa, per volontà umana, è stata compromessa. Alla luce di questo, l’impegno orante di tutta la Chiesa per l’unità dei cristiani ha una notevole importanza nella vita dei credenti ed esprime particolarmente l’amore a Dio e tra noi. La preghiera per l’unità dei cristiani è sempre un’occasione speciale per vivere un ecumenismo di tutti nella sua dimensione sopratutto spirituale. Nella preghiera comune infatti, l’amore trova la sua più completa espressione ed è per questo che essa ci coinvolge personalmente e insieme in un rapporto con Dio e tra di noi nel quale chiediamo di abbandonarci all’Amore Misericordioso nella consapevolezza che l’unità e la pace sono un dono che a noi spetta di accogliere con animo disponibile e riconoscente. Un dono che è anche impegno che si rinnova e si intensifica nel rafforzamento delle nostre capacità umane. È particolarmente costruttivo vivere la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani proprio nel rinnovamento della coscienza della chiamata e dell’impegno all’unità.

Siamo entrati nell’anno in cui ricorre il cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana. Quali sono le tappe più significative di avvicinamento tra cattolici ed evangelici?
Negli ultimi decenni sono stati fatti diversi passi di avvicinamento reciproco, grazie all’intensa azione del dialogo il cui scopo è stato quello di maturare un atteggiamento di purificazione delle rispettive memorie storiche lasciandosi mettere in discussione da un confronto più serrato con la verità. Alla luce del dialogo, cattolici ed evangelici hanno avuto modo di accedere ad un’interpretazione meno astiosa del passato e raggiungere così un nuovo punto di partenza per il dialogo attuale che vede nella ricorrenza del cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana un ulteriore possibilità di crescita nella comunione reciproca. Ovviamente il chiarimento della storia non può che avvenire di pari passo con il dialogo della fede, senza il quale è impossibile pervenire all’unità. Recentemente tale dialogo della fede ha dato vita a diverse dichiarazioni congiunte, tra le quali non possiamo non ricordare quella sulla giustificazione del 1999 e, recentemente, quella firmata in Svezia da Papa Francesco e il Vescovo Munib Yunan, presidente della LWF (Lutheran World Federation) nell’ottobre del 2016.

Quali sono i punti su cui invece la distanza è ancora sostanziale?
Nonostante i segni positivi sul piano della rielaborazione storica, il cammino di avvicinamento nel dialogo della fede è caratterizzato da una certa complessità e proprio per questo richiede pazienza e attesa; ciò lo si può comprendere se si tiene conto che su tanti aspetti vi è ancora una notevole divergenza. Infatti il mondo della riforma rimane fermo radicalmente sui principi della sola Scriptura, sola Fide, sola gratia, solus Christus e soli Deo Gloria. Questi principi sono colti in maniera disgiunta da altri che invece sono preponderanti per la Chiesa cattolica, tra essi in modo particolare la dimensione importantissima della Tradizione e, ad essa connessi, il ruolo del romano pontefice e della collegialità episcopale. Vi sono poi tutta una serie di questioni sospese riguardanti il modo di intendere la celebrazione eucaristica, la vita oltre la morte, la mediazione dei santi… ma sarebbe troppo lungo addentrarsi in questo mondo variegato di contrapposizioni che rendono quanto mai complesso il cammino ecumenico. Se poi tali questioni determinino una “distanza sostanziale”, direi di si, soprattutto quando esse coinvolgono aspetti salienti della fede.

Il recente viaggio di papa Francesco in Svezia è stato letto dai più come un segno di apertura e di dialogo, ma non sono mancate le critiche. Da più parti si è detto che in uno scisma non ci sarebbe nulla da “commemorare” perché la separazione è sempre un evento infausto. Che giudizio si è fatto?
Credo che ci voglia un minimo di buon senso e di onestà valutativa per discutere costruttivamente le scelte di papa Francesco. Considerare attentamente le ragioni di chi accoglie con entusiasmo o con una certa fatica le posizioni pastorali dell’attuale pontefice è doveroso, se non altro per evitare di cadere nella trappola di un certo ideologismo derivante da una ricezione in genere viziata dalle pre-comprensioni o dai pre-giudizi soggiacenti ai processi comunicativi dei mass media che in genere perdono di vista la globalità. Occorre dire che al di là dei vari pro e contro va data rilevanza all’atto più importante che testimonia lo spirito con il quale il papa si è recato in Svezia, ossia la “Dichiarazione congiunta” a cui accennavo poc’anzi. Si tratta di un testo molto essenziale, che pone al primo posto l’ascolto del cuore di Gesù: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv 15,4). Nella “Dichiarazione”, cattolici e protestanti insistono su ciò che accomuna e non divide, quasi a voler individuare un terreno comune da cui far riparte la possibilità di un percorso maggiore di intesa. Qui va richiamato almeno quel passo della dichiarazione nel quale si dice che “mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere”. La “Dichiarazione” più che mai pone in luce il cuore di papa Francesco fedele alla Tradizione di una Chiesa che nonostante le divisioni non smette mai di anelare all’unità.

Il rapporto con la Chiesa ortodossa ha vissuto momenti di tensione molto critici a causa del “proselitismo”. In che termini sta la questione? Che cosa esattamente ci rimproverano gli orientali?
La domanda evoca ambiti complessi che è impossibile rispondere senza cadere nell’errore della banalizzazione o comunque della semplificazione. Già la parola “proselitismo” rischia di essere equivoca se la si considera solo in termini negativi, dimenticando le intenzioni di coloro che in un determinato periodo storico erano mossi da un sincero desiderio di evangelizzazione che, sicuramente, poteva avere anche degli aspetti esasperati, ma non per questo condannabile tout court. Le tensioni, a dire il vero, erano spesso dettate da tutt’altri motivi, sebbene ci si sia troppo spesso nascosti dietro alla condanna del cosiddetto “proselitismo”, accusandosi reciprocamente di “rubarsi” i fedeli. Ma stando a quanto richiesto dalla domanda, credo si possa perlomeno dire che la volontà di voler convertire gli ortodossi al cattolicesimo (e viceversa) non ha oggi più nessun valore se si accetta quanto espresso dal Concilio Vaticano II nel decreto Unitatis redintegratio, al numero 15, il quale ribadisce che “la Chiesa cattolica riconosce che le Chiese ortodosse hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l’eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli”.

Ci sono invece elementi comuni, tra cattolici e ortodossi, che sono cresciuti nella valorizzazione reciproca negli ultimi anni?
Gli elementi comuni, come appena detto, alla luce del Concilio sono tantissimi. Lo stesso papa Francesco, richiamandosi al decreto Unitatis redintegratio ebbe modo di dire, durante il suo viaggio apostolico in Turchia nel novembre del 2014, che per custodire fedelmente la pienezza della tradizione cristiana e per condurre a termine la riconciliazione dei cristiani di oriente e occidente “è di somma importanza conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio delle Chiese d’Oriente, non solo per quello che riguarda le tradizioni liturgiche e spirituali, ma anche le discipline canoniche, sancite dai santi padri e dai concili, che regolano la vita di tali Chiese”. Da parte della Chiesa cattolica tale atteggiamento di accoglienza e valorizzazione dell’oriente ortodosso è cresciuto notevolmente ma non si può negare una certa fatica dettata da un certo immobilismo (o forse anche reticenza) da parte ortodossa, giustificato dietro la paura, infondata, di un nuovo proselitismo cattolico. D’altra parte la realtà dell’ortodossia, come è emerso anche dall’ultimo Sinodo panortodosso, è molto variegata e frastagliata, e ciò impedisce un rapporto unitario con il cattolicesimo. Siamo, sia nel caso del protestantesimo come dell’ortodossia, al cospetto di due interlocutori dai mille volti, per cui parlare di rapporto con gli ortodossi vuol dire tutto e niente. Sarebbe più corretto dire quali siano gli aspetti su cui si è cresciuti nel dialogo con ogni singola chiesa autocefala. Ma qui la questione si farebbe troppo particolareggiata.

Quale bilancio si può fare del sinodo panortodosso? È stata un’occasione mancata o comunque non era lecito aspettarsi di più?
Direi semplicemente che “è stata un’occasione” e che certamente era lecito aspettarsi di più, vista anche l’attesa di circa mille anni che ha preceduto la realizzazione di questo Sinodo. Tuttavia certi frutti necessitano di molto tempo per maturare. Già il fatto che la maggior parte delle chiese autocefale ortodosse si siano riunite per dialogare è un miracolo dello Spirito Santo.

Qual è lo specifico del corso di “ecumenismo” all’interno del piano di studi di una facoltà teologica?
Sicuramente quello di aiutare i futuri sacerdoti, i religiosi e i laici, protagonisti della vita della Chiesa, a pensare e agire ecumenicamente. Ogni disciplina teologica a dire il vero dovrebbe essere pensata ecumenicamente portando gli studenti a conoscenza anzitutto degli elementi che tutti i cristiani hanno in comune, e poi dei punti di disaccordo e dei risultati dei dialoghi ecumenici. Lo specifico, più che nel contenuto didattico, sta nello “spirito nuovo” che il corso dovrebbe aiutare a maturare nelle persone; uno “spirito cristiano universale” capace di dar valore a tutte le confessioni, riscoprendone la dignità al cospetto dell’unico Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, di cui siamo tutti discepoli, e ciò senza venir meno alla propria identità confessionale, dal momento che ogni vero dialogo si costruisce sulla base dell’offerta della propria identità capace di misurarsi con quella altrui, alla presenza dell’unica Verità che è motivo di conversione e di crescita per tutti. La spiritualità ecumenica, aprendoci all’accoglienza del volto amico del fratello, ci insegna che l’identità e l’alterità sono due modi di esistenza che non si contrappongono. Infatti nella preghiera comune e nel dialogo comune trascendiamo, mediante lo scambio reciproco di verità e di doni, la nostra identità specifica senza per questo perderla, ma anzi ampliandola, poiché è una verità inconfutabile che nella logica del dialogo la nostra identità trovi pieno compimento solo nel confronto con l’identità altrui e soprattutto nella scoperta e nell’approdo sempre più intenso all’identità cristiana comune, la quale può emergere solo a partire dal superamento della contrapposizione in vista di una riconciliazione nell’unità, nella verità e nell’amore, al cospetto di Cristo Gesù, rivelatore dell’identità di Dio e dell’uomo.

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