Spettacoli gender a scuola: ecco perché sono dannosi

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

GenderZenit di Luca Marcolivio

Maria Montessori sosteneva che la vera maturità di una persona si riscontra quando un giovane, arrivato alla fine dell’adolescenza, inizia a porsi come meta la costruzione di una famiglia. Dovrebbe essere anche questo uno degli obiettivi più o meno espliciti della scuola, laddove, però, di questi tempi, il sistema scolastico italiano sta proponendo progetti pedagogici che sembrano andare in tutt’altra direzione. A ribadirlo in un’intervista a ZENIT è Furio Pesci, professore associato di storia della pedagogia all’Università La Sapienza di Roma e responsabile dell’équipe scientifica dell’associazione Non si tocca la famiglia.

Il professor Pesci è recentemente intervenuto nel dibattito sullo spettacolo FaAfafineMi chiamo Alex e sono un dinosauro, in tour presso le scuole di tutta la penisola, che illustra la vicenda di un ragazzo gravemente incompreso dai suoi genitori e dai suoi compagni di scuola per le sue incertezze sulla propria identità sessuale. Lo spettacolo è stato incoraggiato dal MIUR nell’ambito della campagna contro l’omofobia e la discriminazione di genere.

Nel manifestare la sua contrarietà di pedagogista allo spettacolo, il professor Pesci è al fianco di molte associazioni senz’altro favorevoli alla condanna del “bullismo omofobico” ma non meno ferme sulla tutela della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna e su un’educazione che valorizzi il più possibile le differenze sessuali.

Professor Pesci, in primo luogo, per quale motivo spettacoli come FaAfafine sono dannosi per i bambini e i ragazzi in età evolutiva?

Senza entrare nel merito dell’effettivo valore artistico dell’opera, si tratta di un’iniziativa pedagogicamente sbagliata per due motivi, il primo dei quali è la banalizzazione della tendenza omosessuale o bisessuale. Nel caso specifico di FaAfafine, il protagonista vorrebbe essere maschio o femmina a seconda dei giorni. In altre parole, vorrebbe essere tutto e tale comportamento è il segnale di un narcisismo che, ovviamente, non va incoraggiato. Prescindendo da qualsiasi valutazione morale, sul piano dello sviluppo affettivo e relazionale, si tratta del sintomo di una mancata maturazione. Il bambino e l’adolescente vanno formati anche attraverso un processo di autoeducazione ad accettare i loro limiti, il loro essere così come sono, cercando l’armonia anche da un punto di vista psicofisico.

Spettacoli come FaAfafine sicuramente non contribuiscono al raggiungimento di questa armonia e di questa maturazione interiore. Peraltro la scuola non è nemmeno la sede più idonea ad ospitare questi progetti, tanto più se non filtrati da alcuna analisi critica. Uno spettatore maturo può comprendere che la vicenda di una persona che un giorno vuole essere maschio e l’altro femmina, fa parte dell’immaginario creativo dell’autore. Un bambino, al contrario, non sa distinguere non è in grado di distinguere ciò che è reale da ciò che è una trovata espressiva. Oltretutto, nella realtà, è improbabile che esistano addirittura bisessuali che vogliono essere maschi il lunedì e femmine il martedì…

Proposte ideologiche, dunque…

La scuola italiana ha fatto una scelta di trasmissione culturale. L’educazione sessuale e affettiva non è mai stata considerata – nemmeno dai sostenitori della laicità o del laicismo più accesi – come uno dei fini della scuola. Gli stessi che affermavano che l’educazione morale doveva lo scopo della scuola, oggi sono i primi a volere una così pesante intrusione sul piano educativo, addirittura nell’ambito più delicato: quello dell’educazione affettiva o sessuale. Questo è un paradosso.

Sul piano pedagogico qual è l’approccio giusto nei confronti di bambini e adolescenti alle prese con problemi di identità sessuale?

La costruzione dell’identità sessuale è effettivamente qualcosa che procede nel tempo. Bambini e bambine tendono a giocare e creare le loro amicizie preferibilmente con coetanei dello stesso sesso ma, ovviamente, questo fattore non è affatto segno di alcuna omosessualità. Quindi, in certe fasi dello sviluppo, insistere per presentare alcune tendenze come non soltanto normali ma persino preferibili, secondo me è innanzitutto un errore psicologico e pedagogico. Oltretutto chi propone questi programmi, scherza col fuoco: cerca determinati risultati ma non è detto che li consegua. Orientamento e disorientamento sessuale sono due facce della stessa medaglia. È la maturazione che porta poi a cercare quell’armonia con il proprio sé, che certamente è un esito di tutta l’età evolutiva fino all’età adulta. Il tema non è mai da trattare sul piano clinico. Il bambino o l’adolescente che hanno dubbi sulla propria identità non vanno incentivati a coltivare questi dubbi e ciò vale anche per i loro genitori. Si tratta di situazioni piuttosto frequenti. Poi l’incontro con l’altro sesso e il raggiungimento della pienezza affettiva decidono l’orientamento definitivo, senza ripensamenti.

Tra l’altro si potrebbe riflettere parecchio sul fatto che molte unioni omosessuali si sviluppano in età adulta, specie dopo la rottura di un matrimonio: ci si può domandare se questa consapevolezza raggiunta sulla propria omosessualità, non sia magari proprio il frutto del fallimento della precedente esperienza affettiva. Nell’età evolutiva il problema non esiste: che un quattordicenne possa sentirsi a disagio nei panni del suo sesso non è assolutamente sintomo di omosessualità. Lasciando agli psicologi indicazioni più specifiche, nell’età evolutiva, è opportuno non inculcare alcun dubbio, perché è in atto un percorso evolutivo che ha solo bisogno di tempo.

Questa evoluzione e questa maturazione sono solo un fattore storico-culturale o sono impressi nel DNA della natura umana?

È anche vero che l’omosessualità è una realtà storica e ci sono state culture come quella greca che, con la pederastia, avevano in qualche modo istituzionalizzato rapporti che, per la nostra mentalità attuale, sono considerati immorali. Nel mondo occidentale quella formazione affettiva e relazionale, tipica di ciò che è sempre stato chiamato “amore umano”, anche nella sua spontaneità, è la miglior terapia. È chiaro che, quando si cerca di cambiare la società, i tratti culturali e i valori, indirizzando i comportamenti delle persone, bisogna chiedersi se tutto questo porta veramente la felicità oppure no. Ci sono stati casi di persone che hanno voluto cambiare la propria identità sessuale e poi si sono suicidate. La terapia deve essere compiuta solo quando è il caso e, comunque, qualunque influenza da parte dell’adulto rischierà sempre di essere inopportuna, perché la maturazione richiede i suoi tempi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *