Pensare la fede: in dialogo con il prof. don Giordano Trapasso

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TrapassoA cura dell’Istituto Teologico Marchigiano

MARCHE – Abbiamo intervistato il prof. Don Giordano Trapasso che ha conseguito il baccalaureato in teologia nel 1996 e la laurea in filosofia presso l’Università di Macerata nel 2004.
È docente incaricato di Filosofia dal 2004. Dal 2013 ad oggi è Vicepreside della sede di Fermo dell’Istituto Teologico Marchigiano e Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «SS. Alessandro e Filippo» di Fermo.

La recente nuova edizione della «Ratio fundamentalis» sulla formazione nei seminari attribuisce molta importanza agli studi filosofici (cfr. 61-67). Dove filosofia e teologia possono dialogare con fruttuosità?
Ritengo che la filosofia sia di grande aiuto, congiuntamente alle scienze umane, per decifrare le domande fondamentali che l’uomo porta nel cuore. Esse, per certi aspetti, sono le medesime, ma nei diversi tempi e nei diversi contesti, assumono forme sempre nuove. La teologia si incontra proprio con esse e si propone come risposta ultimativa rispetto ad esse. Di conseguenza le diverse forme assunte dalle domande possono incidere anche sulle diverse forme assunte dalla teologia, indice della insondabile ricchezza insita nell’autocomunicazione di Dio all’uomo. Tale dialogo è sicuramente fruttuoso per la comprensione che l’uomo può avere di sé e per quella che la comunità credente esprime nella vita, nel culto, nella riflessione teologica. L’autentica teologia è sempre nella consapevolezza del momento presente (Rm 13,11). In secondo luogo la teologia aiuta la ricerca filosofica a non limitare il proprio interrogare nell’ambito del finito, così come il rigore della filosofia è sempre salutare per una teologia rispettosa del mistero di Dio e dell’uomo.

Con la «Aeterni Patris» Leone XIII raccomandava lo studio del tomismo come filosofia più adatta a mediare i contenuti del cristianesimo. Ma ci può essere una «filosofia cristiana»?
Ritengo che non sia necessario e opportuno oggi identificare una “filosofia cristiana”. È invece molto stimolante e fecondo il continuo dialogo che può intercorrere tra cristianesimo e filosofie: salutari provocazioni possono nascere per entrambe. Ogni pensiero o corrente filosofica nasce sicuramente da un germe o un’intuizione di verità e una elaborazione teologica non può chiudersi a nessuna interrogazione che provenga da una prospettiva di verità sull’uomo e sul reale. Allo stesso tempo è interessante chiedersi “come pensa la Bibbia” (cfr. Ricoeur), quale dinamismo di pensiero sull’uomo e sul mistero della realtà può innescare un testo sacro, il cristianesimo o le diverse tradizioni religiose. Ciò non è funzionale all’istituzione di un pensiero “confessionale”, ma può aiutare ad avere criteri di discernimento per rilevare che cosa, nelle diverse espressioni filosofiche o produzioni scientifiche, tecniche e culturali dell’uomo, può essere contro la sua dignità. Infine, più che un ritorno al “tomismo” o la canonizzazione di esso, ritengo fruttuoso, come sta facendo Papa Francesco, mettere in dialogo il pensiero di Tommaso con l’oggi: potrebbero scaturirne diverse e incredibili sorprese positive, come aiuto a far fronte alle sfide attuali.

Quali sono gli elementi di fondo dell’orizzonte postmoderno e in che cosa essi sfidano i credenti?
Al di là dell’interpretazione per certi versi sospesa del nostro contesto culturale (esito consequenziale della modernità o frattura rispetto ad essa), possiamo onestamente riconoscere le provocazioni e le sfide positive dell’attuale cultura nei confronti del cristianesimo, che non ha esaurito la sua fecondità nell’incarnarsi. Le provocazioni vengono dalle prospettive nichilista e finitista, per le quali sembrano aver perso senso le questioni di Dio, del senso e della verità. D’altro canto la frammentazione e disseminazione del senso e della verità, la concezione debole dell’essere e della verità, l’affermarsi di una nuova soggettività di tipo impulsivo, vitale, affettivo, sentimentale potrebbero costituire sfide stimolanti. Il primo aspetto potrebbe assumere un effetto benefico se diventa stimolo per un’identità non legata agli spazi occupati, ma di tipo comunicativo – ospitale. Il secondo potrebbe aiutarci a ripensare, in un senso che non sia più scandaloso, categorie come l’onnipotenza di Dio e l’autorità autentica nella comunità cristiana e nel mondo. Il terzo potrebbe finalmente spingerci a congedarci dal proporre, in nome di Dio, un sacrificio della vita, per poter invece annunciare un Dio amante della vita. 

Come legge la proposta di papa Francesco di indire un sinodo dei giovani? Può essere rilevante nel ripensare il “soggetto-Chiesa”?
Ritengo tale scelta una logica conseguenza del cammino sinodale vissuto con le famiglie e per le famiglie. Solo uno sguardo miope non si renderebbe conto di queste come delle due priorità nella premura pastorale della comunità cristiana. Il novum cercato dall’uomo e dalla Chiesa come fedeltà alla novità del Vangelo stesso può avvenire, per opera dello Spirito, nel concreto ascolto vissuto nei confronti delle nuove generazioni. Esso può offrire un apporto decisivo nel ripensare il “soggetto Chiesa”.

Ritiene che il convegno ecclesiale di Firenze abbia inciso sulla vita della Chiesa in Italia? Ci sono degli aspetti che ha visto disattesi o sui cui sarebbe stato lecito aspettarsi di più?
Apparentemente il Convegno Ecclesiale di Firenze non ha occupato e non sembra occupare ancor oggi “molto spazio” nella riflessione e nell’agire delle nostre comunità cristiane, anche se in Italia diverse Chiese locali hanno impostato il loro cammino secondo i cinque verbi indicati. Forse questa può essere la fortuna del Convegno: non affermarsi come l’ennesimo evento straordinario tra due parentesi, una aperta e una chiusa, ma porsi come tappa di un cammino intrapreso nell’ascolto della Parola, nella riscoperta del Concilio, nel tentativo di scrutare i segni dei tempi, sotto la decisiva spinta del Magistero di Papa Francesco. Il più grande tradimento del Convegno di Firenze può essere ogni interruzione del paziente lavorio della sinodalità.

Infine, qualcuno ha parlato delle «cose nuove» di «Amoris laetitia». In che cosa questo documento innova la prospettiva teologica e pastorale della Chiesa?
Apparentemente, la grande attesa riguardava e, per certi aspetti sembra per molti riguardare ancora, eventuali nuove norme della Chiesa nei confronti delle situazioni cosiddette irregolari. Penso che bisogna invece guardare oltre. Io indicherei tre direzioni. La prima consiste nel proporre la bellezza del matrimonio cristiano e della famiglia non più in una modalità reattiva nei confronti di una modernità ostile o di istituzioni che pretenderebbero di avere competenza su tale realtà. Una nuova elaborazione teologica e una nuova prassi pastorale potrebbero invece ascoltare di nuovo la Parola di Dio, rivisitare la ricca tradizione della Chiesa e accogliere con serenità l’oggi con tutto il suo carico di debolezza e fragilità umana come nuova possibilità di indicare ciò che dà senso a tutto, all’intera vita umana: l’amore, cuore anche dell’identità di Dio. Una seconda direzione la coglierei nell’invito ad assumere un nuovo stile globale, dettato dai verbi accogliere, accompagnare, discernere e integrare. Infine Papa Francesco sta esercitando un Magistero e un’autorità che non pretendono di dire tutto, decidere tutto, fare tutto, ma affidano degli inizi ai movimenti creativi delle Chiese locali chiamate ad essere adulte, protagoniste e feconde.

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