GiovagnoliDi Riccardo Benotti

Spesso si parla di ingerenza ecclesiastica, ma credo sia opportuno rovesciare il punto di vista. Quella per la Repubblica non è stata un’ingerenza ma un apporto allo Stato, all’unità degli italiani nella costruzione di una vita civile e democratica comune. La Chiesa ha lavorato per il Paese e per l’Italia, senza avere nulla in cambio”. Ne è convinto lo storico Agostino Giovagnoli, professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e autore de “La Repubblica degli italiani 1946-2016” (Laterza).

Il contributo dei cattolici è stato fondamentale per la pacificazione nazionale?
Certamente. In precedenza era mancato, dopo il dissidio risorgimentale. E ciò si era visto nella debolezza e nella fragilità dello Stato unitario fino al fascismo.

Dalla seconda guerra mondiale in poi, si concretizza un appoggio convinto che rende lo Stato italiano e la democrazia post-bellica estremamente forti perché garantite da un impegno esplicito della Chiesa.

Dopo la morte di Aldo Moro e di Paolo VI, lei sostiene che si sia creata una distanza tra Santa Sede e politica italiana.
È finito il papato italiano. Non soltanto i papi, dopo Luciani, non sono stati più italiani. Ma quel legame che per quattro secoli ha connesso strettamente il papato al Paese è venuto meno: l’Italia era garanzia dell’indipendenza del papato e il papato garanzia dell’unità nazionale. Non si può fare a meno di notare, tuttavia, anche

un limite della classe dirigente italiana che non ha saputo recuperare in un contesto nuovo il legame con la Chiesa.

Il periodo che va dal 1945 alla fine degli anni ’70 è stato felice per l’Italia, ed è stato anche quello caratterizzato dal contributo più forte dei cattolici e della Chiesa.

Se si è arrivati a una lacerazione sociale come quella odierna, c’è una responsabilità storica anche dei cattolici?
Credo di sì. Farebbe bene all’Italia un impegno dei cattolici più diretto ed esplicito. Non in chiave confessionale, questo è chiaro. Attraverso la Democrazia Cristiana non si è concretizzato un legame tra Chiesa e Stato. È stata, piuttosto, l’adesione della Chiesa a un progetto storico.

Oggi sarebbe fondamentale che i cattolici tornassero a impegnarsi,

con quel di più che si portano come patrimonio morale, di coesione sociale e di moderazione umana.

Ma è ancora possibile utilizzare la categoria dei “cattolici”?
Storicamente i cattolici rappresentano una componente che ha una sua identità, anche se si frazionano in scelte diverse. Sono un soggetto nel Paese. Certo, devono anche interpretare se stessi e darsi una funzione e un compito. Paradossalmente, con Francesco quella lontananza dalla politica si è acuita.

Il Papa esprime una presenza della Chiesa nel mondo contemporaneo che i cattolici italiani non hanno ancora capitalizzato, traducendola in una proposta che possa essere utile per l’Italia. Il Paese soffre per le conseguenze della globalizzazione. Sono temi su cui Francesco dice cose importanti, e i cattolici italiani potrebbero attingere per offrire un contributo originale.

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Dunque, c’è spazio per un partito dei cattolici?
Il quadro attuale non va bene. Non abbiamo soggetti politici forti. La crisi dei partiti è evidente. Il problema non è tanto dare vita a una nuova formazione cattolica, ma capire se i cattolici siano disposti a costruire dei soggetti politici che siano solidi e rappresentativi della realtà italiana. Non in ottica confessionale ma di un patrimonio che può diventare almeno una delle componenti fondamentali di un partito più vasto.

Se poi si rendesse necessario creare un nuovo partito, nulla osterebbe.

L’ultimo in senso classico era il Partito Democratico, che ha perso molta della sua compattezza e coesione. C’è un vuoto drammatico, una liquidità eccessiva della politica italiana che è preoccupante.

Un contributo potrebbe arrivare anche dal mondo intellettuale?
C’è una incomunicabilità da superare. La politica non ascolta la cultura, né cattolica né laica. E la cultura non trova le parole giuste per comunicare con la politica.

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