Pace in nome di Dio – Lo spirito di Assisi tra storia e profezia”, un libro di Paolo Fucili

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AssisiMai prima di quel giorno si erano visti racchiusi in un’unica inquadratura i leader religiosi dell’umanità vestiti ognuno nel suo abito tradizionale, più o meno pittoresco. Una mescolanza di colori e fogge che ancora oggi desta curiosità, a rivedere vecchie foto ingiallite dal tempo: tutto calcolato, senza ombra di dubbio, dal Papa celebrato anche, tra tanti meriti e qualità, per saper sfruttare al massimo le potenzialità dei più o meno evoluti media.

E tuttavia, va da sé, Assisi ’86 è molto di più. Traendo spunto dunque dall’anniversario più “tondo” del solito di questo 2016, “Pace in nome di Dio” risale 30 anni addietro al contesto mondiale di metà anni ’80, tra premesse “remote” (la svolta conciliare della “Nostra Aetate” nei rapporti tra Chiesa cattolica e le altre fedi) e genesi immediata di Assisi ’86; racconta come l’idea di Wojtyla si sviluppò e l’accoglienza che trovò; ricostruisce la cronaca di quel 27 ottobre, per passare quindi alle successive giornate di Assisi (1993 e 2002) che Wojtyla volle riproporre.

Venendo all’oggi, non manca un excursus sul “remake” che nel 2011 promosse Benedetto XVI, con modalità in gran parte analoghe ma personalizzando un poco il “copione”. Non solo i papi però hanno fatto la storia dello “Spirito di Assisi”: perciò un testimone come Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, racconta come questo “Spirito” abbia contaminato le “basi”, non solo i leader, delle religioni oggi. Conclude il tutto un abbozzo (è materia troppo fluida ancora per metterci un punto) di analisi delle prospettive dischiuse dall’avvento di Francesco sul soglio di Pietro.

Al termine di questa ricognizione storica, l’intento è far risaltare forte e chiaro il carattere “profetico” dell’evento da cui questa storia ha inizio. Assisi ’86 infatti vive ancora oggi nello “spirito” cui dà il nome perché rappresentò non un punto di arrivo, una “fine” di un processo circoscritto nel passato. Al contrario, è stato il tempo a venire – i 30 anni che noi appunto percorreremo – a mostrar quanto fu potente, saggia, lungimirante l’ispirazione di quella giornata. Ma perché si realizzasse ci volle una straordinaria capacità di leggere il futuro. Ci volle un “visionario” come Giovanni Paolo II, capace di legger tra le righe della cronaca i moti che innervano il fluire lento e profondo della storia.

Che senso avrebbe avuto – in tempi in cui la sociologia religiosa parlava di “morte di Dio” – convocare in grande stile tutte le religioni a pregare per la pace? Giovanni Paolo II sapeva, appunto: non c’è speranza di pace per il genere umano se non attingendo energia ideale dalle sue più profonde risorse spirituali, che per molti uomini e donne erano e sono quelle ancora di una fede religiosa.

Poi venne la “rivincita del sacro”, che ha portato con sé tuttavia un abuso della religione come pretesto di odio, guerra, terrorismo, vessillo di identità e civiltà diverse e perciò fatalmente votate a scontrarsi, come del resto la storia è ben prodiga di esempi. Ecco allora la “profezia”: togliere alibi cioè a chi in nome di Dio opera  contro la pace, nel mondo di inizio terzo millennio dove la globalizzazione ha moltiplicato all’ennesima potenza le occasione di contatti (e attriti) tra uomini prima lontani per geografia, cultura, appartenenza religiosa.

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