Mercuri: ISIS non è morto, Europa bersaglio privilegiato

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imageMONDO – I tragici eventi del 19 dicembre che hanno colpito il continente europeo ci lasciano nuovamente sgomenti. Nella tarda mattinata di ieri, prima dell’assassinio dell’Ambasciatore russo ad Ankara e dello sconcertante attentato a Berlino, abbiamo avuto l’opportunità di conversare con la Prof.ssa Michela Mercuri, docente universitario, editorialista, commentatrice, esperta di mediterraneo e Medioriente. Vi proponiamo una versione aggiornata dell’intervista.

Qual’è l’attuale situazione nel Maghreb? Quali scenari possibili?
La situazione dell’area, oggi, è piuttosto complessa. In Libia, nonostante la “liberazione” di Sirte dalle milizie affiliate a Isis, permangono numerosi problemi legati alla frammentazione politica tra Tripoli e Tobruk, al radicamento di milizie armate e all’assenza di un’autorità in grado di controllare il Paese. In Egitto, c’è una persistente crisi economica. Oggi circa il 40% degli oltre 80 milioni di cittadini è sulla soglia della povertà, mentre più della metà dei giovani è disoccupata. Il “default” di un paese così popoloso e così vicino all’Italia sarebbe un problema di dimensioni ben maggiori di quello libico. La Tunisia, seppure possa sembrare “l’eccezione felice”, vive una persistente crisi economica e di sicurezza che l’impegno dei vari governi non è riuscito a limitare. Infine, l’Algeria, oggi appare un paese apparentemente “tranquillo” ma il suo presidente, Bouteflika, che ha governato negli ultimi 18 anni, è probabilmente prossimo alla successione. Ciò potrebbe comportare dei grossi problemi interni. In uno scenario del genere, con il fondamentalismo che preme dai confini, l’Algeria, con circa 40 milioni di abitanti, che si affaccia sulle coste del mediterraneo, sarebbe una bomba capace di sconvolgere l’intera regione.

MS: La situazione in Libia desta la preoccupazione della comunità internazionale, quali ripercussioni per l’Europa e in Italia?
Uno “Stato fallito” alle porte di casa è un rischio enorme. Dalla Libia, nei primi dieci mesi del 2016, sono sbarcati sulle coste italiane più di 150 mila migranti. Se non verrà ripristinata una qualche autorità interna, capace di adoperarsi per un maggiore controllo delle frontiere libiche, gli sbarchi nel prossimo anno saranno destinati ad aumentare. Senza contare il corollario drammatico delle morti in mare. Sarà necessario, in primo luogo, lavorare per la stabilizzazione del Paese e predisporre strumenti adeguati a livello europeo. L’Italia sta lavorando bene nell’ambito della missione navale Eunavfor Med Sophia per l’addestramento della guardia costiera libica. Ma questo non basta.

Cosa sta succedendo in Siria?
Al di là del dramma che in questo momento sta vivendo la popolazione siriana, un’analisi politica ci impone alcune considerazioni. I filogovernativi, supportati dalla Russia e dall’Iran stanno avendo la meglio. Aleppo oggi è totalmente in mano ad Assad. Con la presidenza Trump, più convergente con la Russia, la sua posizione potrebbe ulteriormente rafforzarsi. Non sappiamo se e come Assad potrà riuscire a riprendere l’intero territorio. Molto dipenderà dagli investimenti, in termini militari, che Mosca vorrà (o potrà) fare per continuare a supportare il suo alleato. Altra incognita riguarda le intenzioni di Trump nei confronti dell’Iran (altro alleato di Damasco). Se perseguirà il disegno di ritirarsi dall’accordo nucleare, l’Iran potrebbe trasformarsi in un forte intralcio alle possibili intese russo-americane. Questo a tutto detrimento della stabilità interna. L’augurio, in ogni caso, è che il buon senso prevalga sulle guerre per procura che fin qui tutti hanno condotto nella martoriata Siria.

Che fine ha fatto l’isis?
L’Isis ha perso, negli ultimi mesi, una parte del territorio che controllava in Libia, Siria e Iraq. Ciò non vuole dire che sia totalmente indebolito. In Libia, per esempio, molti combattenti sono fuggiti a sud, nel Fezzan, e qui potrebbero riorganizzarsi. In Siria, di recente, circa 5.000 miliziani hanno strappato ai soldati di Assad una parte della città di Palmira, liberata nel marzo di quest’anno. Pericolo rientrato dopo l’azione dei filogovernativi e dei russi, ma ciò ci dimostra che Isis ha ancora capacità operative. Infine, l’offensiva su Mosul, intrapresa dalle forze della coalizione anti-Isis, nella seconda metà di ottobre, si sta rivelando più complicata del previsto. Lo Stato islamico non è ancora morto.

Possiamo spiegare così l’attentato di Berlino?
La strage di Berlino è l’ennesima conferma che ciò che accede in Medio Oriente ci riguarda da vicino. Troppo spesso, nonostante i tanti attentati che hanno insanguinato l’Europa nell’ultimo anno, ce lo siamo dimenticati. Abu al Hassan al Muhajir, il nuovo portavoce del Califfato, pochi giorni fa ha chiaramente detto ai “suoi”: “Restate dove siete, colpiteli in Occidente: nelle loro case, nei loro mercati, nei loro ritrovi (….).dove meno se lo aspettano”. Alle sconfitte sul terreno l’Isis risponde sovente con azioni tanto terribili quanto spettacolari. Dicevamo prima che lo Stato islamico non è ancora morto. Aggiungo che noi siamo ancora bersagli privilegiati.

Dal 20 gennaio s’insedierà il 45esimo Presidente degli USA, Donald Trump, repubblicano, in netta discontinuità con le politiche di Obama. Quali scenari potremmo prevedere per la delicata situazione in Medioriente?
E’ possibile prevedere una maggiore convergenza con la Russia per la gestione delle aree di conflitto del Nord Africa e del Medio Oriente. Ciò, unito alla dichiarata politica dell’America First, e dunque di un maggiore disimpegno nella politica estera, potrebbe comportare un rafforzamento di Putin e del suo sistema di alleanze regionali. Con Haftar in Libia (a tutto discapito del governo unitario a marchio Onu guidato da Fayez Serraj), con l’Egitto di al Sisi e, come si è accennato, con Assad. In ogni caso, stravolgere totalmente la politica americana, significherebbe toccare rapporti e interessi consolidati in quasi un secolo di guerre e alleanze, soprattutto con Israele e Arabia, Saudita. Quest’ultima è il terzo Paese del mondo per acquisti di armi, comprate per il 90% dagli Usa. Trump non potrà non tenerne conto.

L’Unione Europea sembra non reagire in maniera decisa e compatta nella politica internazionale. Quale ruolo potrà giocare nel futuro prossimo?
Un maggiore disimpegno estero americano, richiederà all’Europa uno sforzo decisamente maggiore per mantenere gli impegni in denaro o in impiego di truppe, nel Mediterraneo e negli altri quadranti di crisi. Ciò potrebbe significare investire di più anche nella Nato, che oggi è coperta per quasi per l’80% del suo mantenimento da Washington. Le opzioni sono due. O l’Europa coglierà l’occasione per costruire una maggiore autonomia nel tradizionale asse atlantico, oppure il suo ruolo verrà marginalizzato. Allo stato attuale è difficile immaginare, però, che le capitali europee decidano di investire miliardi di euro in spese militari. Inoltre, per assumere un ruolo di “guida”, l’Europa avrebbe bisogno di una volontà comune e di una chiara leadership. Al momento manca di entrambi.

Per quanto riguarda il versante russo, dopo la difficile e lenta ripresa dei rapporti diplomatici tra Russia e Turchia, come valuta l’ultimo attentato ad Ankara, quali scenari si prospettano?
Probabilmente l’accaduto non pregiudicherà la rinnovata convergenza tra Mosca ed Ankara. Il vertice trilaterale tra Turchia, Russia e Iran è stato confermato e questo è già di per se un chiaro segnale. La Turchia, quest’anno, è stata vittima di ben 12 attentati. Questo ci testimonia come Erdogan sia sempre più debole all’interno e abbia bisogno della Russia, specie ora che ha perso Obama. Putin ha tutto l’interesse a mantenere i buoni rapporti con Ankara per salvaguardare la propria posizione nel Mediterraneo e blindare i fiorenti affari energetici con la Turchia. Da questo punto di vista, la Russia potrebbe addirittura sostenere ancor di più il leader turco onde evitare che un suo indebolimento possa mettere a rischio questa partnership. Fin qui abbiamo ascoltato dichiarazioni molto solidali tra i due leader. Una conferma del fatto che nessuno vuole perdere un alleato strategico.

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