Mons. Camilleri: “Cristiani discriminati ma le religioni hanno una capacità illimitata di bene”

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(Zenit)

di Luca Marcolivio

VIENNA – La Santa Sede difende la libertà religiosa, non per perseguire “i propri interessi come suprema autorità di governo della Chiesa cattolica” ma perché “la libertà di religione o di credo è la cartina di tornasole per il rispetto di tutti gli altri diritti umani e le libertà fondamentali”. Lo ha sottolineato monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, durante il suo intervento all’apertura della conferenza sui cristiani perseguitati, organizzata a Vienna dall’OSCE.

La libertà religiosa, ha spiegato Camilleri, è “fondamentale per la difesa dei diritti umani”, in quanto strettamente legata alla “dignità della persona umana” e ad altri “diritti umani interconnessi e indivisibili, come la libertà di religione o di credo, la libertà di coscienza e la libertà di espressione”. Pertanto, la difesa dei cristiani da ogni discriminazione può risultare “efficace” anche per l’analoga libertà di “altri credenti religiosi”, nonché dei “diritti umani di quanti non professano alcuna religione”.

Monsignor Camilleri ha articolato il suo discorso in tre punti, il primo dei quali riguarda il dualismo tra libertà di religione e intolleranza religiosa. La violazione della libertà religiosa (che pure è tutelata dall’OSCE attraverso l’Atto finale di Helsinki) ai danni dei cristiani, non rappresenta solo un danno personale ma anche per la “coesione sociale” e può portare a “violenza e conflitto, anche tra stati”. Anche per questo l’intolleranza anticristiana è un fenomeno per il quale l’OSCE deve “rimanere vigile”, ha ammonito il Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Di seguito, monsignor Camilleri si è soffermato sulle “molteplici forme” di discriminazione nei confronti dei cristiani, che in questi anni ha raggiunto dimensioni “raccapriccianti” in modo particolare “in Siria e in Iraq” ma anche nei paesi circostanti, come dimostra l’attentato di domenica scorsa contro la comunità copta in Egitto.

I “crimini d’odio” contro i cristiani, ha aggiunto il prelato, sono assai diffusi, “malgrado l’idea spesso riscontrata che in questa parte del mondo tale discriminazione o intolleranza non si verifica”. In altre parole, “appartenere alla religione maggioritaria preclude ai cristiani l’essere considerati vittime di intolleranza” ma ciò “non si fonda sulla realtà”. Le offese ai cristiani – anche nella distruzione dei loro edifici e simboli religiosi – sono quindi essenzialmente commesse “a causa di pregiudizi”.

Il terzo passaggio del discorso di monsignor Camilleri ha avuto ad oggetto le “nuove forme di intolleranza” contro i cristiani, che possono anche non essere necessariamente cruente. Citando un discorso di papa Benedetto XVI durante la sua visita pastorale in Inghilterra del 2010, il sottosegretario ai Rapporti con gli Stati ha denunciato la tendenza a relegare la religione alla “sfera puramente privata”, arrivando persino a scoraggiare la celebrazione del Natale, secondo un malinteso concetto di “tolleranza” e di “non-discriminazione”, principi che non dovrebbero essere usati o interpretati “in un modo che restringe la libertà di religione o di credo o altre libertà fondamentali”.

Premesso che la libertà religiosa comporta anche “obblighi e doveri” e che chi si professa cristiano “non può sostenere che la libertà di religione o di credo lo autorizzi a esortare alla violenza nei confronti dei non credenti”, la libertà della Chiesa va tutelata “anche se l’opinione maggioritaria trova scomoda la sua proclamazione”. Si tratta quindi, ha sottolineato Camilleri, di “suscitare consapevolezza per la discriminazione nei confronti dei cristiani, anche nelle regioni in cui l’opinione pubblica internazionale normalmente non si aspetterebbe che esista”.

Il sottosegretario ai Rapporti con gli Stati ha quindi evidenziato quella che papa Francesco ha definito la “persecuzione educata dei cristiani”, che porta a ritenere la fede e la morale cristiana come “ostili”, “offensive” e meritevoli di essere “eliminate dal discorso pubblico”. Domina un “approccio riduzionista” alla libertà di religione, che la confina alla mera “libertà di culto”.

Contro tale approccio è stato lo stesso papa Francesco a ricordare, durante la sua visita dello scorso anno a Philadelphia, che la libertà religiosa “trascende i luoghi di culto”, poiché “la dimensione religiosa, non è una subcultura” ma “è parte della cultura di qualunque popolo e qualunque nazione”.

“Le restrizioni alla libertà religiosa vanno sfidate – ha proseguito Camilleri – poiché i crimini d’odio inevitabilmente prosperano in un ambiente in cui la libertà di religione non viene pienamente rispettata e in cui la religione è discriminata”.

A tempo stesso, il rappresentante vaticano ha ricordato che, contrariamente al pregiudizio diffuso, “la religione o la fede – e quindi il cristianesimo – ha una capacità illimitata di bene, non solo per gli individui o le comunità (basti solo ricordare le immense opere caritative realizzate da cristiani), ma anche per la società nel suo insieme”.

Pur non offrendo “soluzioni tecniche ai problemi del mondo”, la religione può però “guidare le persone e le istituzioni verso una visione più universale, verso un orizzonte di fraternità universale che nobilita e arricchisce il carattere dell’assistenza umanitaria”, ciò significa che “una persona autenticamente formata da una visione religiosa non può essere indifferente alla sofferenza di uomini e donne”.

È convinzione della Santa Sede, dunque, che, “sia per gli individui sia per le comunità, la dimensione della fede può favorire il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani, sostenere la democrazia e lo Stato di diritto e contribuire alla ricerca della verità e della giustizia”, ha affermato monsignor Camilleri, indicando, in conclusione “il dialogo e la collaborazione tra le religioni e con le religioni” come “un mezzo importante per promuovere sicurezza, fiducia, riconciliazione, rispetto e comprensione reciproci e a favorire la pace”.

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