I frutti avvelenati dell’indifferenza

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ospedale fotoZenit

«L’opposto dell’amore non è odio, è indifferenza. L’opposto dell’arte non è il brutto, è l’indifferenza. L’opposto della fede non è eresia, è indifferenza. E l’opposto della vita non è la morte, è l’indifferenza».

Sopravvissuto ai campi di sterminio, Elie Wiesel non aveva dubbi nell’indicare le radici del male nel disinteresse dell’uomo verso il prossimo. Che avesse colto nel segno lo hanno ricordato gli “angeli della morte” di Saronno, l’anestesista e l’infermiera sua compagna. Sono stati così ribattezzati nelle cronache per aver ucciso, insieme, il marito della donna e tolto la vita – lui da solo – ad almeno quattro pazienti terminali. Dettagli crudi e cruenti non mancano ed altri arriveranno. Ma non cambieranno lo sfondo, né la sostanza: la cornice in cui tutto si inquadra è quella dell’indifferenza e dell’omertà, sempre più simile ad una nebbia difficile da diradare, fatta di stereotipi e banalità, lontana dai problemi fondamentali dell’esistenza.

Per come nel caso specifico le indagini hanno appurato, la coppia programmava “eliminazioni”, che il medico definiva eutanasia. In tanti, nelle corsie dell’ospedale lombardo, avevano intuito che qualcosa di strano stesse succedendo. Eppure, nessuno ha mosso un dito. È evidente: la fine di Dio, che tanti intellettuali hanno annunciato negli ultimi due secoli quasi come momento di liberazione, è rimasta in realtà una mera aspirazione simboleggiata da un tracotante culto dell’individuo. Successivamente, con l’esperienza del comunismo, che aveva appiattito l’uomo sulla collettività, rendendolo una particella infinitesimale del popolo, la società s’è tuffata nel mare magnum del liberismo esasperato, in cui chi è più abile e spietato avanza, prevaricando sugli altri.

Esiste, insomma, soltanto l’io, che a Saronno s’è svelato nel delirio di onnipotenza di una coppia di amanti e nel mondo che attorno ad essi ruotava, fatto di paura e silenzi interessati. Con tanta gente impegnata a ripetere a se stessa quello che in molti, forse troppi, amano ripetere in un’epoca in cui i legami sono recisi e l’altruismo è deriso: non sono affari nostri. Voci di quella cultura dell’indifferenza che Papa Francesco non si stanca di denunciare, invitando tutti all’impegno perché sia rovesciata, uscendo così dalla deriva super individualistica dei tempi presenti.

Dimenticando che l’uomo è, per natura, un essere aperto al prossimo, dotato di libertà, ma bisognoso di amore, si trascura inevitabilmente che gli altri sono sempre affar nostro. Specialmente se deboli e fragili come gli anziani ricoverati nel nosocomio saronnese. Quante vite avrebbero potuto essere salvate, in quell’ospedale, se il menefreghismo avesse ceduto il passo all’altruismo ed alla deontologia professionale? Lo diranno i giudici. Di certo, molte vite potrebbero essere risparmiate ogni giorno in tutto il pianeta se al dilagare dell’indifferenza ci si opponesse scegliendo di ritornare ai valori alti dell’esistenza, quelli che la nobilitano: la dignità della persona, l’uguaglianza, il senso della vita e della morte e di ciò che sarà dopo la conclusione della parentesi terrena.

Niente di meglio, allora, che essere se stessi ed offrire un po’ d’amore al prossimo. Bob Marley lo cantava così: «Vivi per te stesso, e vivrai invano. Vivi per gli altri, e ritornerai a vivere».

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