Migrazioni, i fatti e le parole

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ReligiosoDi Gianni Borsa

Preoccupazioni (tante), forti convinzioni condivise, fatti consequenziali. Monsignor Jean Kockerols, vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles e vicepresidente della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), sintetizza con estrema efficacia l’incontro avvenuto ieri, a Bruxelles, tra rappresentanti delle istituzioni Ue e i leader delle principali religioni, sul tema “Migrazione, integrazione, valori europei: dalle parole ai fatti”.
Al palazzo Berlaymont si sono ritrovati politici, vescovi, pastori, imam, rabbini, per il consueto appuntamento annuale nell’ambito dell’art. 17 del Trattato di Lisbona.Il contesto storico ha ovviamente posto sul tavolo l’emergenza migratoria, che non può essere vista – ha specificato subito il vescovo cattolico belga – come un “problema congiunturale”, bensì va affrontata nella certezza che si tratta di un fenomeno strutturale della nostra epoca, al quale rispondere ponendosi dalla parte di chi si trova “nella sofferenza”,

“persone nelle quali la fede cristiana riconosce il volto di Cristo”.

La Chiesa, ha sottolineato ancora il vicepresidente Comece, “non può fare a meno di ricordare, in ogni momento, che ogni rifugiato ha diritto a un trattamento equo e umano”: è il messaggio insistente di Papa Francesco. Benché l’opinione pubblica sembra orientarsi diversamente.
Già, ma il “problema-migrazioni” resta. Alcuni governi erigono muri, tra la gente serpeggiano dubbi e timori, mentre questa sfida “ha minato l’unità di vedute nell’Ue” e, “inutile nasconderlo, all’interno delle chiese in Europa”. Kockerols guarda in faccia alla realtà, e aggiunge che occorre accogliere chi è in pericolo, così come vanno attuati piani per integrare profughi e richiedenti asilo; non di meno si deve intervenire per lo sviluppo e la pace nei Paesi poveri, agendo sulle “radici” del fenomeno migratorio.

Al Berlaymont si registra così una concordanza di voci e di prospettive.

I rappresentanti delle diverse confessioni cristiane, i musulmani, gli ebrei, gli indù… tutti parlano il medesimo linguaggio, pur nella diversità delle lingue. E sono espressioni di estrema apertura, richiamano alla solidarietà, dicono “no” a populismi e razzismo. Risuonano espressioni controcorrente come, appunto, “accoglienza”, “solidarietà”, “accettazione delle differenze”, “ascolto”, “tolleranza”, “convivenza”… E ciò che si percepisce dagli interventi dei leader religiosi èuna autorevolezza fondata sulla conoscenza profonda della realtà nel proprio Paese, la capacità di scrutare l’orizzonte continentale e internazionale e, inoltre, il fatto di essere portavoce di comunità credenti che operano concretamente a favore degli immigrati.I fatti – lascia intuire lo stesso Kockerols – precedono le parole. Le maniche rimboccate delle Caritas, delle parrocchie, delle associazioni, del volontariato – di marca cristiana oppure espressione di altre fedi – sono la prima risposta alle ondate migratorie e, su altro versante, alle chiusure egoistiche di chi erge barriere dinanzi a bambini, donne e uomini in fuga da bombe e sottosviluppo.
Così è il commissario alle migrazioni, Dimitris Avramopoulos, che si sente di riassumere: “Con l’ascesa del nazionalismo, della xenofobia e dell’estremismo, dobbiamo fare in modo che la nostra società resti una società dell’accoglienza, in particolare nei confronti di coloro i quali fuggono dalla guerra e hanno bisogno di protezione internazionale, mantenendo al contempo i nostri valori e principi fondamentali”. E i capi religiosi al suo fianco annuiscono convinti.

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