Il card. Müller presenta il libro di Kiko: “Un cammino interiore dell’anima”

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LibroZenit, di Salvatore Cernuzio

Il teatro era pieno e nel foyer erano presenti persone con anche otto copie sotto il braccio. Ogni evento del Cammino Neocatecumenale, si sa, attira grandi folle e la presentazione di venerdì al Teatro Olimpico di Roma di “Annotazioni. 1988-2014”, il libro di Kiko Argüello che raccoglie quasi 30 anni di poesie, preghiere, riflessioni, pensieri, non ha fatto eccezione.

Circa 1400 le persone riunite nello storico teatro capitolino per ascoltare, sullo stesso palco che negli anni ha visto esibirsi Fo, Gaber, Proietti o Baryshnikov, l’inedito trio chiamato a presentare il volume di Cantagalli. Oltre a Kiko, che ha definito l’opera “un regalo per i catecumeni” nonostante, ha confessato, “mi vergogno a rileggerla”, anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, il ‘dossettiano’ (e non neocatecumenale) Graziano Delrio, che ha detto di aver tratto beneficio dallo “sguardo di misericordia” che fa da filo conduttore al volume, e il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha pronunciato una sorta di lectio magistralis sul ruolo dei laici nella Chiesa dopo il Vaticano II.

In particolare, il porporato ha tratto spunto dalla Lettera Iuvenescit Ecclesia, pubblicata a giugno, sulla relazione tra doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa, per ricordare che “ciò che la fede ci insegna oggettivamente deve trasformarsi in esperienza spirituale ed esistenziale personale”. In tal ottica, il Cammino Neocatecumenale – ha detto – “va inteso come introduzione spirituale al cristianesimo, come educazione permanente nella fede. Il suo carisma è frutto del Concilio Vaticano II, che mirò a un ampio rinnovamento della Chiesa in Cristo”.

Nato nel 1964 nelle periferie fisiche ed ‘esistenziali’ di Madrid, grazie all’impeto pastorale di Kiko Argüello e agli studi teologici di Carmen Hernández, il cammino si è profilato come “catecumenato per persone in cerca di Cristo e bisognose di Lui”. “Da allora – ha rammentato Müller – la piccola piantina è diventata un albero gigante. Le migliaia di comunità nate in centinaia di diocesi in tutto il mondo, attestano la fecondità spirituale del carisma dell’evangelizzazione che nutre l’attività” di questo itinerario di fede. “Un carisma che viene dallo Spirito Santo – ha sottolineato il cardinale – e che non smette mai di ricordarci la discrepanza tra la grandezza del mandato e la nostra debolezza, la nostra miseria umana”.

La stessa miseria che Argüello esprime in modo viscerale nella sue Annotazioni, dove in alcuni passaggi dice: “Pregate per me, che sono un peccatore”. Questa, secondo il cardinale, “è la chiave per comprendere la sua pietà incentrata su Cristo, in completa armonia con San Paolo” e con Papa Francesco che sempre si definisce “un peccatore bisognoso della misericordia di Dio”. Tutto “si evolve prima intorno alla conversione, poi all’essere colmati di grazia e infine all’unione dell’uomo con il Dio dell’amore trinitario, quando Dio viene a dimorare nell’uomo e l’uomo in Dio”, ha annotato il cardinale.

“Si tratta di 506 piccoli e medi aforismi, preghiere, esperienze e conoscenze, massime, ricordi e appunti, raccolti in ordine cronologico, i quali, nella profondità dell’esperienza mistica di Dio, illustrano il cammino spirituale percorso dall’autore, assieme a Carmen Hernández e a don Mario Pezzi, negli ultimi 30 anni”, ha detto Müller, precisando che esse “non offrono riflessioni sistematiche o frammentarie sui temi della fede e della teologia”, ma “sono invece la testimonianza di un cammino interiore dell’anima e degli sforzi per ottenere la fiducia in Dio, nonché l’unione con il Signore crocifisso e sofferente”.

“Proprio per questa particolare forma letteraria, non è possibile fare un riassunto di questo libro. E non avrebbe neanche senso leggerlo come un sistematico trattato teologico, tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina”. Pertanto “rimarrà deluso il lettore che pensa di trovare elementi di una biografia o di un cammino interiore”; come sarà altrettanto deluso “chi pensa di imbattersi in affermazioni adatte a essere strumentalizzate, alla maniera della psicologia del profondo, in senso positivo o negativo, a scopo di propaganda”.

Se Kiko “ha accantonato così a lungo l’idea di pubblicare le sue note, lo ha fatto per pudore e per timore che non fosse altro che una pretesa della sua vanità”. È stata infatti l’insistenza di altri a fargli cambiare idea oltre al ricordo delle parole di un vecchio prete: “Non lasciare mai di fare il bene per paura della vanità, perché questo viene dal demonio!”.

“Ma quanto bene si può fare con questo libro!”, ha affermato il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, “quale bene? Proclamare la gloria di Dio della sua fedeltà e del suo amore”. Chi, dunque, attraversa “la notte oscura dell’anima”, come la definiva San Giovanni della Croce, può trovare ristoro in queste parole radicate negli insegnamenti dei Padri del deserto, dei mistici, del Talmud, e nelle Scritture, specie dei Salmi.

In questo senso il libro di Kiko può intendersi come un “contributo alla vita delle persone normali”, ha detto il ministro Delrio. “Bisogna metterlo sul comodino e consultarlo per non scoraggiarsi troppo”, perché nelle parole dell’autore “dentro le difficoltà c’è sempre la speranza della fede e la certezza di essere custoditi in ogni punto. Anche nei passaggi più crudi lascia la possibilità di tendere una mano”. Inoltre, “è bellissimo sentir dire: ‘Sono un disastro!’ da uno che ha dato origine ad una cosa come la vostra”, ha esclamato il ministro.

Di tutt’altro parere l’autore che, chiudendo l’incontro, ha rivelato: “La verità è che se leggo questo libro mi vergogno. Mai è stato scritto per essere pubblicato… Avevo una sofferenza costante e non potevo sfogarmi e ho messo tutto per iscritto in un quaderno”. Ora “è stato pubblicato per la mia vergogna. È il mio testamento spirituale e lo offro come regalo ai miei catecumeni prima di morire”.

Nella chiosa di Kiko non poteva mancare il ricordo di Carmen, co-iniziatrice con lui del Cammino Neocatecumenale, sua compagna di evangelizzazione per oltre 50 anni in tutto il mondo, scomparsa lo scorso luglio a 85 anni. “Una donna impressionante” ha detto Kiko, “diceva un Padre della Chiesa: ‘Se vedi un giovane che facendo la sua volontà arriva al Cielo, tiragli i piedi e portalo giù’. È quello che ha fatto Carmen con me, mi tirava giù. Mai mi ha adulato, aveva il terrore che da artista fossi un vanitoso e mi metteva in guardia dal rischio di kikianesimo. In tutto lei mostrava un amore enorme a Cristo, ai vescovi, al Papa e alla Chiesa. E questo amore lo ha trasmesso a tutto il Cammino”.

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