Fernando Palestini: “quale riflessione la nostra Diocesi è chiamata a fare” dopo il giubileo?

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Porta Santa Vescovo (50)Fernando Palestini

DIOCESI – Il Papa ha ufficialmente chiuso l’anno giubilare della Misericordia. Per la prima volta nella storia, il Papa ha voluto che il Giubileo fosse davvero diffuso, celebrato in tutte le cattedrali del mondo. E’ stato un anno molto intenso e particolare a partire dalla Porta Santa di apertura a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, il 29 novembre 2015. Bangui come il centro dell’umanità più povera, l’estrema periferia del mondo. E gli ultimi sono stati il cardine dell’Anno Santo: i carcerati, gli ammalati, i disabili, i poveri, gli esclusi. La chiusura è avvenuta invece a  San Pietro, il cuore della cristianità. Se, come è vero, le immagini sono importanti e fondamentali a tutti negli occhi e nel cuore rimarranno le immagini della povera porta di Bangui segno di una Chiesa che si fa prossimità e le immagini di Piazza San Pietro stracolma per la chiusura dell’anno Giubilare. Nella nostra Diocesi il Vescovo Carlo ha celebrato la S.Messa conclusiva Domenica 13 novembre sul sagrato della nostra Chiesa Cattedrale con tutti i sacerdoti.

Cosa rimane a me credente di questo giubileo? E quale riflessione la nostra Diocesi è chiamata a fare rileggendo i tanti momenti e le tante celebrazioni vissute? Sono domande che dovremmo porci cercando di interiorizzare e guardare dentro noi stessi.

Sono riuscito a cogliere il senso profondo del concetto di Misericordia che papa Francesco ci ha costantemente richiamato oppure ho vissuto le celebrazioni come un mero fatto liturgico e devozionale senza che questo toccasse la mia quotidianità, la mia vita, la mia professione, la mia famiglia, il rapporto con gli altri? Mi sono posto più volte queste domande e debbo riconoscere che è molto difficile concretamente vivere appieno la Misericordia del Padre e sperimentarla nei rapporti con le persone nel quotidiano.

E per la nostra Diocesi, per le nostre comunità parrocchiali è stato veramente un anno di grazia? Siamo riusciti ad aprire il nostro cuore e sperimentare comunitariamente la parabola del padre misericordioso?

Le parole di papa Francesco raccolte in un’intervista su “Avvenire” ancora una volta ci aiutano.  “La Chiesa – dice il pontefice – esiste solo come strumento per comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio. Al concilio la Chiesa ha sentito la responsabilità di essere nel mondo come segno vivo dell’amore del padre” e questo, fa notare Bergoglio, “sposta l’asse della concezione cristiana da un certo legalismo, che può essere ideologico, alla persona di Dio che si è fatto misericordia nell’incarnazione del figlio”. E aggiunge: “Chi scopre di essere molto amato comincia a uscire dalla solitudine cattiva, dalla separazione che porta a odiare gli altri e se stessi”. Ma questo ha, secondo Francesco, un fondamento teologico perché “la misericordia è il nome di Dio ed è anche la sua debolezza, il suo punto debole. La sua misericordia lo porta sempre al perdono, a dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace pensare – confida Francesco – che l’Onnipotente ha una cattiva memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica. Perché è felice di perdonare. Per me questo basta. Come per la donna adultera del vangelo ‘che ha molto amato’. ‘Perché lui ha molto amato’. Tutto il cristianesimo è qui”.

“Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce: la forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio. Quest’Anno della misericordia ci ha invitato a riscoprire il centro, a ritornare all’essenziale”. E il Papa stesso con un messaggio su Twitter ha indicato la strada che dobbiamo continuare a percorrere: “Il Giubileo della Misericordia, che oggi si conclude, continui a portare frutti nei cuori e nelle opere dei credenti”

Siamo consapevoli dell’amore grande che Dio ha per ciascuno di noi. Dal sentirci amati deriva poi il passo successivo che è l’amore trasmesso e condiviso. Se mi sento amato non posso non amare.

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