Merkel resta in campo, Sarkozy esce di scena

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MerkelDi Vincenzo Corrado

Non fa conti, e neppure sconti, tanto meno a se stessa, Angela Merkel. Il suo Paese marcia – anche grazie a un’azione di governo oculata, efficace, progettuale – a ritmi invidiabili sul fronte economico, sul piano della tenuta sociale, nella capacità di assorbire le sfide esterne (a partire dall’immigrazione) e come player sulla scena internazionale. Eppure anche i populismi in versione tedesca alzano la cresta e, in vista delle elezioni politiche del 2017, puntano addirittura alla guida del Paese.
Allora Merkel cosa fa? Da politico navigato e responsabile non scansa l’ostacolo, ma ci si butta con coraggio. Frau Angela (la cui azione politica non è ovviamente esente da errori interni ed egoismi nazionali rispetto all’Ue) in realtà potrebbe farsi da parte con tutti gli onori: in fin dei conti ha guidato il Paese più grande d’Europa negli anni della crisi, e quando tutti registravano tracolli finanziari, economici e occupazionali, la Germania, anche a scapito degli altri (surplus commerciale…), consolidava le proprie posizioni.

Eletta tre volte, potrebbe ragionevolmente dire basta, anche per non macchiare una invidiabile carriera con il rischio di una sconfitta elettorale.

Invece, siccome ciò che lei – assieme agli alleati di governi (cambiati più volte in questi anni) e al suo popolo – ha faticosamente costruito ora rischia di finire nelle mani sbagliate, la cancelliera si rimette in pista. Non sappiamo come andrà a finire, ma sarà una partita interessante.
E lo sarà ancor più provando a confrontare il caso-Merkel con quello di tanti altri leader, europei e mondiali, che invece imboccano altre strade.
Basterebbe soffermarsi sull’uscita di scena di Hillary Clinton, pesantemente sconfitta da Donald Trump alle presidenziali americane. Così che la contestuale fine del mandato presidenziale di Barack Obama appare ancora più grigia…

E se la realtà statunitense è troppo diversa da quella europea, si possono fare una serie di esempi recenti restando al vecchio continente.

È il caso di Nicolas Sarkozy, che fallisce il rientro nella politica attiva in Francia, sconfitto nelle primarie del centrodestra in vista delle elezioni del prossimo anno.
E poi ci sono i tanti leader in bilico, o contestati, o auto-postisi in difficoltà con strategie poco convincenti o azzardate: succede, in contesti differenti, al presidente Hollande in Francia, alla premier britannica May, al capo del governo spagnolo Rajoy e a quello greco Tsipras e persino all’ungherese Orban, emblema stesso del nazional-populismo in Europa. In Italia le sorti del presidente del Consiglio Renzi appaiono legate all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre.
Resistono sulla poltrona, ma a quale caro prezzo per il proprio Paese, per le libertà fondamentali, per la stessa democrazia, il russo Putin e il turco Erdogan.
In queste ore, da Londra giunge notizia che l’ex premier inglese Tony Blair starebbe pensando di tornare in campo. Forse la situazione interna nel Regno Unito gli deve aver suggerito la necessità, persino il dovere, di non stare in disparte. Ma si tratterebbe, comunque, di un ritorno indietro di ben dieci anni, visto che Blair fece le valigie da Downing Street nel 2007.
In Europa la classe politica dirigente, in affanno, si misura dunque con le sirene populiste e nazionaliste alla Le Pen o alla Farage, soprattutto dopo la vittoria d’oltreoceano di Trump.

Quello che però sembra scarseggiare fra i partiti, nei parlamenti e negli esecutivi europei è una nuova generazione di leader

rappresentativi delle grandi tradizioni politiche (democrazia liberale, socialdemocrazia, cristianesimo democratico-sociale…), comunicativi, preparati, in grado di frenare l’avanzata delle destre più retrive. Anche laddove qualche volto nuovo si è affacciato nello spazio pubblico (soprattutto in Spagna, sull’onda del movimento degli “indignados”, e in altri Stati, fra cui l’Italia, come prodotto della pseudo-democrazia web), non pare aver fatto la differenza rispetto a una politica che deve farsi carico delle sfide complesse e globali che premono sui singoli Paesi europei.
Occorrerà interrogarsi su questa “carenza” e forse una risposta andrà cercata ancora una volta sul piano sovranazionale: nel senso che una nuova classe dirigente ha bisogno di respirare aria internazionale e di “pensare globale” (economia, ambiente, energia, migrazioni, dialogo fra culture, internet…) per essere consapevole che le nuove frontiere vanno ben oltre i singoli quadri nazionali.

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