Il Servizio civile universale recupera la lezione dimenticata della sussidiarietà

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Servizio CivileFabio G. Angelini

L’approvazione da parte dell’esecutivo del decreto legislativo che istituisce il servizio civile universale rappresenta l’occasione per rilanciare nel dibattito pubblico il tema della sussidiarietà. Principio centrale della dottrina sociale della Chiesa esso è, nello stesso tempo, insieme all’adeguatezza e alla differenziazione, uno dei principi costituzionali che guidano l’allocazione delle funzioni pubbliche sia orizzontalmente, nel rapporto cioè tra Stato e società civile, sia verticalmente, ovvero tra i diversi livelli di governo.

Il tema della sussidiarietà, soprattutto nella sua declinazione orizzontale, non pare ultimamente rientrare tra quelli in maggior voga nel dibattito pubblico.

Eppure, complice l’accresciuta instabilità sociale e la conseguente pressante richiesta di prestazioni da parte delle fasce più deboli, il ricorso al paradigma della sussidiarietà nell’organizzazione dei servizi sociali ed il richiamo ai valori della solidarietà quale principio cardine della convivenza civile, pare rappresentare l’unica risposta di fronte alla persistente crisi del welfare state.
Parlare di sussidiarietà significa, infatti, riferirsi a quel principio che rende effettiva la giustizia sociale ancorando la libertà alla responsabilità. Di un principio, cioè, che assume la libertà come il contesto naturale nel quale la persona è chiamata a vivere. Una libertà che si implementa mediante l’azione congiunta di una vivace società civile e di un’azione pubblica protesa verso lo sforzo a rendere sempre più effettiva l’uguaglianza dei punti di partenza.

Tra i settori interessati dal servizio civile universale rientrano l’assistenza, la protezione civile, la tutela del patrimonio ambientale e la riqualificazione urbana, la tutela del patrimonio storico, artistico e culturale, l’educazione e la promozione culturale, lo sport, l’agricoltura in zona di montagna e sociale, la biodiversità, la promozione della pace tra i popoli, la nonviolenza e la difesa non armata, la promozione e la tutela dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo e il sostegno alle comunità di italiani all’estero.

Settori questi nei quali il settore pubblico ha storicamente rivestito un ruolo fondamentale e pressoché esclusivo.
Un atteggiamento questo che ha prodotto due conseguenze. La prima, alla base della crisi fiscale dello Stato, è rappresentata da un’incontrollata espansione della spesa pubblica. La seconda, ben più grave della prima in quanto capace di incidere in profondità sui valori di fondo della società civile, è invece rappresentata dalla progressiva deresponsabilizzazione del singolo rispetto alle sorti dell’altro e dal depotenziamento del valore della solidarietà quale collante della società. Esso, pur manifestandosi con grande generosità in presenza delle grandi emergenze sociali, risulta invece molto meno percepibile nella quotidianità, laddove egoismi e diffidenze tendono a prevalere sulla dimensione solidale dell’individuo.

L’esercizio delle virtù dell’impegno pubblico e della responsabilità civica sono essenziali per lo sviluppo economico e sociale di una società. Attraverso esse ai cittadini è richiesto di promuovere, al di là e al di sopra della felicità propria e dei propri cari, il bene comune.

In questo senso, come ci ha ricordato Francesco, la risposta alle derive individualistiche della società passa proprio dalla lotta alla povertà spirituale che, a sua volta, richiede inclusione sociale e, sotto altro profilo, strumenti tesi a permettere ai cittadini l’occasione per assumersi responsabilmente i propri doveri.
Riscoprire il senso di comunità, contribuendo alla costruzione di una società libera e virtuosa, richiede una rinascita culturale e morale. In questo senso,

il rilancio del servizio civile può rappresentare l’occasione per riproporre al centro dell’azione pubblica il concetto di comunità e di virtù che rappresentano gli anticorpi contro quelle spinte individualistiche che rischiano di essere alimentate dalla precarietà e dalla povertà materiale che con sempre maggiore intensità sta interessando le fasce più deboli della popolazione.

La creazione di questi anticorpi potrà, infatti, essere favorita ed anzi sostenuta da politiche pubbliche capaci di ridisegnare lo stato sociale in un ottica sussidiaria e solidale, rinunciando alla tentazione di affidare ai soli pubblici poteri il perseguimento dei bisogni della collettività ed abbracciando invece una logica di cooperazione e reciproca interdipendenza tra pubblico e privato.

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