Terremoto: Rinaldo e Francesca, sposi novelli e un camper per portare speranza e conforto alle popolazioni della Valnerina

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TerremotoDi Daniele Rocchi

“Ci dobbiamo togliere i sandali perché entriamo nella terra santa della sofferenza”. Il richiamo è al passo del roveto ardente – quando Dio disse a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!” (Es 3, 5). Nella tensostruttura della Caritas, a Norcia, si susseguono le riunioni e gli incontri, ma tutto avviene nel segno della concretezza. E non potrebbe essere diversamente davanti a tanta distruzione. Norcia, Preci, San Pellegrino, Ancarano, Castelluccio, tanto per fare alcuni nomi, oggi sono un’enorme “Zona Rossa”. Case crollate, frane, strade spaccate, fabbriche, chiese e cimiteri devastati dal sisma. Si lavora alacremente per tirare su tende e strutture di accoglienza per la gente di qui che non vuole andarsene. Gente di montagna, fiera, radicata nella loro terra dalla quale ricevono da vivere ma anche dolore e lacrime. Oggi, come nel 1997. I camion e i furgoni dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri fanno la spola tra le chiese distrutte e il centro di raccolta di Spoleto dove vengono messe in sicurezza le opere d’arte salvate dai crolli. Dall’abbazia di Sant’Eutizio, di cui resta poco o nulla, il via vai è continuo. Una corsa contro il tempo per salvare il salvabile. Strappare all’oblio tele e opere d’arte patrimonio e identità della gente di qui. Una terra, l’Umbria, santa per i suoi Francesco, Benedetto, Chiara, Rita, i cui santuari ne costellano ogni angolo, arricchendolo di arte, bellezza e spiritualità. Ma oggi più che mai è la terra della sofferenza. “Bisogna rimboccarci le maniche, essere concreti”, ripete senza sosta Giorgio Pallucco, direttore della Caritas di Spoleto-Norcia e delegato regionale.

Rinaldo e Francesca. L’intervento della Caritas è fondamentale per far riprendere la normalità. E un primo segno in questa direzione è la presenza a Norcia da oggi, 9 novembre, di una coppia di novelli sposi delle case della Carità dell’Umbria, Rinaldo e Francesca, che vivranno in un camper e che staranno vicino alla gente, ascoltandone i bisogni. “Partiamo per stare vicino alla gente – raccontano i due giovani dalla tendopoli di Ancarano, che accoglie circa 80 degli originari 100 abitanti tutti sfollati – in camper faremo il giro delle frazioni per incontrare chi è rimasto. Il lavoro lo scopriremo cammin facendo e lo faremo insieme a chi incontreremo”. Rinaldo e Francesca, lombardi di origine, vivono in Umbria da molti anni, prestando la loro opera all’interno di una delle case della Carità, “Madonna dei Bagni” a Deruta (Perugia), un progetto nato in seno alla Conferenza episcopale umbra e alla Caritas regionale per accogliere le persone più vulnerabili e in difficoltà. Un mese fa si sono sposati e hanno deciso di dare la loro disponibilità per servire le popolazioni colpite dal sisma. Niente viaggio di nozze, dunque? “No – rispondono alla domanda sorridendo – abbiamo voluto accogliere la richiesta che ci è venuta dalla Caritas per dedicarci alle comunità terremotate”. Perché? “Forse come ringraziamento”. E non poteva essere altrimenti, visto che la loro storia è un frutto del sisma del 1997, che, si affrettano a dire, “non abbiamo vissuto in prima persona, ma che ci ha toccato”. Seppur timidamente accettano di raccontarlo.

“Viviamo una vita normale, la nostra storia nasce sulle macerie del terremoto del 1997, dopo aver visto e conosciuto persone che allora si dedicarono ad aiutare la gente che aveva perso tutto”.

Da lì la scelta di fare un’esperienza all’interno delle Case della Carità, promosse dalla Caritas Umbria. “Possiamo dire di avere raccolto i frutti di quel momento. Lì nacque per ciascuno la risposta alla domanda di cosa potevamo fare. Non diciamo grazie al terremoto, ma grazie a Dio, è lui che ha mosso tutto, anche il nostro incontro. Tutto è riassunto lì”. Dedicarsi all’altro per ringraziare. “Il Vangelo delle nostre nozze è stato quello dei 10 lebbrosi – rivela Francesca – quello che racconta la riconoscenza per il dono gratuito della salvezza. Uno solo dei malati di lebbra tornò indietro a ringraziare Gesù… Dire sì a questa richiesta di disponibilità è stato come dire grazie a Dio e alla vita per quello che viviamo ogni giorno.

Crediamo che da una situazione dolorosa come quella del terremoto possano nascere anche cose belle.

Cercheremo di stare insieme alla gente in maniera molto semplice. Stare in mezzo a queste persone segnate dal sisma per noi è un dono. Nel dolore si scoprono tante cose, si creano legami. Per noi sarà tutto una scoperta. Impareremo anche dalla loro vicinanza”. Da oggi, 9 novembre, per le strade della Valnerina si muoverà anche il camper di Rinaldo e Francesca. Un presidio mobile di speranza? “Ci proviamo…” E per quanto tempo? A tempo indeterminato. Sarà Lui a deciderlo”.

Ridare dignità. Rinaldo e Francesca nella terra santa della sofferenza, così come altri volontari che si stanno organizzando in squadre che, da Spoleto e dalle altre diocesi dell’Umbria, tutti i giorni saliranno in Valnerina per stare al fianco dei terremotati. “Dobbiamo cercare in tutti i modi di ridare dignità a queste persone e ciò lo possiamo fare solo se le aiutiamo qui. Insomma, ci dobbiamo togliere i sandali perché entriamo nella terra santa della sofferenza”, ripete ancora Pallucco, direttore della Caritas di Spoleto-Norcia. Questa è l’Umbria, la patria di Benedetto da Norcia, che portò la civiltà del Vangelo e dell’aratro, è la patria di Rita da Cascia, la madre degli afflitti, la patria di Francesco d’Assisi, che al culmine della sua conversione baciò il lebbroso “ultimo degli ultimi”. Questa è l’Umbria che vuole rialzare la testa.

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