Quando Paolo VI provò a salvare Aldo Moro

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Paolo VIZenit Di Marco Valerio Sosa

Nel centenario della nascita di Aldo Moro, si è acceso il dibattito sulle circostanze legate al sequestro e poi all’omicidio dello statista da parte delle Brigate Rosse nel 1978.

Il libro “Morte di un presidente. Quello che né lo Stato né le Br hanno mai raccontato sulla prigionia e sull’assassinio di Aldo Moro” (ed. Ponte delle Grazie, 2016), scritto dal giornalista Paolo Cucchiarelli, si propone di dissolvere le ombre che aleggiano da quasi quarant’anni intorno al caso Moro e di decostruire la storia di quell’evento così come è stata narrata fino ad oggi.

Intervistato da ZENIT, Cucchiarelli offre una serie di elementi che contribuiscono a scardinare quel complesso di segreti ed omissioni che rendono difficile la ricerca della verità. Ed anche a conoscere il ruolo che provò a svolgere Paolo VI per salvare la vita a Moro.

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Si è sempre negata, almeno a livello ufficiale, l’esistenza di trattative con le Br. Al contrario, come lei dimostra nel libro, non solo tali negoziati vi furono ma lo stesso Paolo VI arrivò a raccogliere 10 miliardi di lire da usare come merce di scambio per salvare il presidente della Dc. Quale fu il ruolo del Vaticano nella vicenda?

Quello del Papa, e non di tutto il Vaticano, fu l’unico tentativo rimasto in piedi dopo che con una accorta regia erano via via cadute tutte le altre strade per condurre Moro alla libertà. Il “segreto” dietro fatti che altrimenti rimarrebbero inspiegati ed inspiegabili è che il primo covo prigione dove Moro fu subito ricoverato dopo la strage di Via Fani si trovasse in un immobile che poteva godere di una sorta di immunità, cioè una palazzina che apparteneva alla Ior e, di fatto, a Luigi Mennini, padre di Don Antonello Mennini, scelto subito dalle Br come canale e interlocutore con la famiglia. Quest’ultimo, probabilmente, come dimostrano alcune lettere di Moro, entrò più volte nella prigione. Il covo quindi fu rapidamente scoperto e da allora iniziò una sorta di partita a scacchi dove a muovere i pezzi neri e i bianchi fu sempre Moro con le sue lettere, nelle quali cercò di spiegare, senza rivelarla, la strana condizione di un “prigioniero” in mano a dei terroristi che sanno di essere stati scoperti e cercano di incassare almeno una vittoria politica prima di mollare, dopo mille trattative, l’ostaggio. Vivo.

Don Cesare Curioni, incaricato dal Papa di condurre la trattativa, disse di sapere chi aveva sparato a Moro. La sua certezza derivava dalla particolare “firma” del killer intorno al cuore della vittima: colpire a raggiera intorno al muscolo cardiaco. Lei ha individuato questo personaggio in Giustino De Vuono, ex appartenente alla Legione Straniera e figura a cavallo tra criminalità organizzata ed estremismo di sinistra. La presenza di De Vuono nel caso Moro può darci la chiave dell’intero caso?

Ci dà la certezza che le Br come si sono “raccontate” nel caso Moro non sono esistite. La storia è stata depurata, semplificata, piallata. Una sola prigione. L’uccisione nel garage di via Montalcini, il trasporto per le vie di Roma fino in via Caetani. Il ritrovamento. La trattativa interrotta e la decisione improvvisa di dar seguito all’uccisione quando tutto era preparato e pronto per la liberazione di Moro, compresa la grazia per un brigatista in carcere e i 10 miliardi che avrebbe pagato il Papa. La presenza di un uomo vicino alla ‘ndrangheta, Giustino De Vuono, e di un altro, Toni Chichiarelli, vicino alla banda della Magliana, in ruoli chiave della vicenda dimostra che le Br avevano rapporti e incroci con altre realtà legate alla criminalità. È un fatto.

Nel libro lei riporta un articolo del giornalista Mino Pecorelli, assassinato a sua volta il 20 marzo 1979, in cui scrive che ad uccidere a Via Fani fu la logica di Yalta. L’ingresso del Pci al governo spaventava dunque entrambi i blocchi. La paura di Mosca andrebbe ricercata nell’esperimento dell’eurocomunismo, che avrebbe distaccato i partiti comunisti europei dall’Unione Sovietica?

La logica di Yalta, non turbare cioè in Paesi chiave il collocarsi di partiti omogenei al blocco di appartenenza, ha pesato molto perché Aldo Moro ha cercato di trovare una soluzione italiana ai gravi problemi di sistema – economici e politici – che affliggevano la Repubblica in quegli anni. Era il “compromesso storico” o la terza fase per legittimare il libero confronto democratico dopo una fase di comune assunzione dei problemi di Dc e Pci e degli altri partiti, prima in una maggioranza (il governo Andreotti varato il 16 marzo, giorno del rapimento) e poi in un esecutivo organico che doveva essere varato a ottobre/novembre. Questo percorso fu interrotto dal rapimento e svanì, politicamente, nel giro di pochi mesi. A ciò concorsero gli interessi di tutti coloro che non volevano che la logica di Yalta venisse messa in discussione. A cominciare da chi gestiva il campo a cui apparteneva l’Italia, e cioè gli Usa. Infatti un membro del governo americano, Steve Pieczenik, fu inviato in Italia per gestire la crisi politica e la strana situazione che si era determinata con la scoperta della prima prigione e l’avvio di questa strana trattativa.

A proposito di Steve Pieczenik, egli ha affermato: “Siamo stati noi a mettere il dito dei brigatisti sul grilletto della pistola. Le Br sono state manipolate in questa direzione verso l’esecuzione di Moro. Non lo hanno mai capito o scoperto ma è così che è andata[…] li ho attirati in una trappola in cui sono caduti senza rendersene conto. La trappola è che dovevano ucciderlo”. Qual è stato esattamente il ruolo di Pieczenik in questa vicenda?

Il ruolo è quello che Steve rivendica pubblicamente: quello cioè di “regista” dell’omicidio. Steve chiude tutte le trattative possibili e ne lascia aperta una sola: quella del Vaticano (nonostante una parallela iniziativa dei socialisti) supportata anche dal capo dello Stato dell’epoca, Giovanni Leone. La lascia in piedi per poterla controllare e poter intervenire al momento decisivo: quello della riconsegna di Moro, vivo, all’intermediario o ai “samaritani”, cioè i sacerdoti impegnati nella faccenda. Solo che Moro, tranquillo e in attesa di essere liberato in Vaticano, o comunque in una zona di “sicurezza”, in attesa che si perfezionino gli altri elementi dell’intesa, viene improvvisamente ucciso. Il libro ricostruisce, in base agli elementi presenti sul cadavere di Moro e sulla Renault 4, in che modo e con quale dinamica ciò avvenne.

Ciò che colpisce di “Morte di un Presidente” è la centralità che assumono i dati scientifici che il corpo di Aldo Moro e la Renault 4 sulla quale fu ritrovato possono ancora offrirci. Grazie ad essi lei è riuscito a ricostruire alcune parti fondamentali del sequestro, pesantemente mistificate dalla versione delle BR. A cominciare dai luoghi di prigionia del presidente…

Sì, le prigioni furono diverse, lo indicano i reperti sul corpo di Moro e sulla e dentro la Renault 4. Io avanzo anche la cronologia e l’indicazione delle diverse prigioni. Per non parlare delle modalità della morte. Moro fu ucciso in macchina con tre diverse scariche. Ma non come raccontano le Br dopo esser stato racchiuso nella coperta. Moro era seduto dietro il guidatore e lo sparatore accanto a questo. Non certo sdraiato nella R4. La coperta non è bucata, c’è nel portabagagli maggior sangue dove non ci ferite, Moro fu spostato, lo dimostro, mentre era ancora in vita ma già ferito a morte, il Presidente mostra all’ipotetico unico sparatore delle Br solo il lato destro del corpo ma le ferite sono tutte sul lato sinistro. C’è sangue sul tettuccio della R4, ecc. Insomma una morte ben diversa che implica una dinamica diversa e un segreto: le BR furono “costrette” a uccidere Moro oppure colui che era stato incaricato di prenderlo in consegna lo ha ucciso. E questa morte ha costretto tutti: Stato e Bb a mentire su tutto, morte e prigionia.

Eleonora Moro, moglie del presidente della Dc, ha affermato: “Se la gente volesse davvero capire come è andata veramente questa vicenda, avrebbe tutto chiaro davanti a sé”. Questa frase ricorda un vecchio proverbio che recita: “Se vuoi nascondere, mostra”. Possiamo dire che “Morte di un Presidente” abbia voluto far parlare quegli elementi, fino ad oggi ignorati o mistificati, in grado di dar finalmente voce al principale protagonista di questo dramma, Aldo Moro?

Sì, in questa storia hanno parlato un po’ tutti meno il diretto protagonista di questa vicenda e ciò perché il caso Moro non è stato trattato come un omicidio, sia pur rilevantissimo e politico, ma come un caso politico. Una questione su cui pesa la “Ragion di Stato”, la stessa invocata da Moro nella sua prima lettera a Cossiga, quella in cui chiede un “preventivo” passo della Santa Sede. In questa inchiesta quegli elementi “evidenti” sono stati messi in fila, concatenati, raccordati. Ho cercato di mostrare la verità dei fatti in modo che ci si debba arrendere alla evidenza e che si debba partire da quella per valutare la vicenda dell’uccisione del Presidente e soprattutto l’intera logica del rapimento.

Nel film “Il Divo” Andreotti, interpretato da Tony Servillo, strappa l’ultima pagina di un giallo, affermando di non voler mai sapere chi sia l’assassino. C’è ancora nel caso Moro la volontà di celare la verità?

Sì, sono state dette troppe bugie in passato. Raccontare la verità, partendo dai fatti e non dalle interpretazioni, è difficile per i protagonisti. Come per loro è difficile spiegare i fatti che contraddicono la versione ufficiale del rapimento e dell’uccisione, i reperti da sempre ignorati, la sabbia, i vegetali, le diverse modalità dell’assassinio. Insomma il caso Moro è un’altra storia ed in “Morte di un Presidente” si prova a “spacchettarla”. È solo l’inizio, credo.

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