Papa: “Non abbandonare gli ammalati. E non puntare il dito contro i carcerati”

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san PietroZenit di Salvatore Cernuzio

Prima gli ammalati, abbandonati a sé stessi in casa o in quelle “cattedrali del dolore” che sono gli ospedali. Poi i carcerati, amati da Dio nonostante i crimini commessi ma non dagli uomini che li trattano con “indifferenza” e “giustizialismo”, puntando il dito contro.

Su queste due categorie fragili della società, unite dal dolore per la mancanza di libertà, si posa lo sguardo di Papa Francesco durante l’Udienza generale in piazza San Pietro, la penultima prima della chiusura del Giubileo della Misericordia.
Il Pontefice chiede gesti concreti di misericordia verso queste persone che vivono entrambe una condizione che limita la loro libertà, “senza dubbio una delle privazioni più grandi per l’essere umano”.

Gesù – dice Francesco – ci ha donato la possibilità di essere liberi nonostante i limiti della malattia e delle restrizioni. Egli ci offre la libertà che proviene dall’incontro con lui e dal senso nuovo che questo incontro porta alla nostra condizione personale. Con queste opere di misericordia il Signore ci invita a un gesto di grande umanità: la condivisione”. 

“Chi è malato, spesso si sente solo”, sottolinea infatti il Pontefice. Inoltre, non si può nascondere che, soprattutto ai nostri giorni, “proprio nella malattia si fa esperienza più profonda della solitudine che attraversa gran parte della vita”. Allora anche “un sorriso, una carezza, una stretta di mano”, seppur gesti semplici, possono essere  “tanto importanti per chi sente di essere abbandonato a se stesso”. “Una visita può far sentire la persona malata meno sola e un po’ di compagnia è un’ottima medicina” rimarca il Papa, ringraziando coloro che dedicano tempo a visitare i malati in casa o negli ospedali.

“È un’opera di volontariato impagabile”, afferma, “quando viene fatta nel nome del Signore, allora diventa anche espressione eloquente ed efficace di misericordia”. Perciò, “non lasciamo sole le persone malate! Non impediamo loro di trovare sollievo, e a noi di essere arricchiti per la vicinanza a chi soffre”, sollecita il Santo Padre. “Gli ospedali sono oggi vere ‘cattedrali del dolore’, dove però si rende evidente anche la forza della carità che sostiene e prova compassione”.

Alla stessa stregua, i carcerati. “Penso spesso a loro. Li porto nel cuore”, rivela Bergoglio. “Mi domando che cosa li ha portati a delinquere e come abbiano potuto cedere alle diverse forme di male. Eppure, insieme a questi pensieri sento che hanno tutti bisogno di vicinanza e di tenerezza, perché la misericordia di Dio compie prodigi. Quante lacrime ho visto scendere sulle guance di prigionieri che forse mai in vita loro avevano pianto; e questo solo perché si sono sentiti accolti e amati”.

“Gesù non ha dimenticato neppure loro – chiosa il Pontefice – ponendo la visita ai carcerati tra le opere di misericordia, ha voluto invitarci, anzitutto, a non farci giudici di nessuno”. Certo, “se uno è in carcere è perché ha sbagliato, non ha rispettato la legge e la convivenza civile”, quindi in prigione sconta la sua pena. “Ma qualunque cosa un carcerato possa aver fatto, egli rimane pur sempre amato da Dio”.

Pertanto “nessuno punti il dito contro qualcuno”. Anche perché “chi può entrare nell’intimo della sua coscienza per capire che cosa prova? Chi può comprenderne il dolore e il rimorso?”, domanda il Vescovo di Roma. “È troppo facile lavarsi le mani affermando che ha sbagliato. Un cristiano è chiamato piuttosto a farsene carico, perché chi ha sbagliato comprenda il male compiuto e ritorni in sé stesso”.

“Visitare le persone in carcere è un’opera di misericordia che soprattutto oggi assume un valore particolare per le diverse forme di giustizialismo a cui siamo sottoposti”, aggiunge il Papa. Non manca di stigmatizzare “le condizioni spesso prive di umanità in cui queste persone si trovano a vivere”.

Allora è davvero il caso che il cristiano si senta “provocato a fare di tutto per restituire loro dignità”, non dimenticando che anche Gesù e gli apostoli hanno fatto esperienza della prigione. “Nei racconti della Passione conosciamo le sofferenze a cui il Signore è stato sottoposto: catturato, trascinato come un malfattore, deriso, flagellato, incoronato di spine… Lui, il solo Innocente! E anche san Pietro e san Paolo sono stati in carcere. E anche lì, in prigione, hanno pregato ed evangelizzato”, rammenta il Santo Padre.

Racconta quindi il suo incontro di domenica scorsa, a Santa Marta, con un gruppo di detenuti di Padova, avvenuto nel pomeriggio dopo la celebrazione del Giubileo dei Carcerati. “Io ho domandato cosa facevano il giorno dopo prima d tornare a Padova. Mi hanno risposto: ‘Andremo al carcere Mamertino per condividere l’esperienza di San Paolo’. È bello, sentire quello mi ha fatto bene questi carcerati volevano trovare Paolo prigioniero”.

“È commovente – commenta il Papa – la pagina degli Atti degli Apostoli in cui viene raccontata la prigionia di Paolo: si sentiva solo e desiderava che qualcuno degli amici gli facesse visita. Si sentiva solo perché la maggioranza lo aveva lasciato solo… al grande Paolo”. “Queste opere di misericordia, come si vede, sono antiche, eppure sempre attuali”, conclude. Di qui un ultimo invito: “Non cadiamo nell’indifferenza, ma diventiamo strumenti della misericordia di Dio, questa misericordia è un atto per restituire gioia e dignità a chi l’ha perduta”.

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