Il colore prima del blu – puntata 40

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Il colore prima del blu


Il romanzo “Il colore prima del blu”
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Busso forte contro la vetrina del forno. Il retrobottega ha la luce accesa. Attendo impaziente. Un gatto si struscia tra le mie gambe; quando la porta si apre, fugge via. Emma la fornaia si affaccia e il suo ciondolo galleggia nell’aria.
‹‹Posso entrare?›› dico duro.
‹‹Certo che puoi ragazzo mio, che ti succede?››
Vado nel retrobottega, faccio in mille pezzi le sue carte. A terra, pesanti, cadono. Prendo la statuetta che usa per i suoi riti. La frantumo contro il muro. Le strappo dal collo la Madonna Nera.
‹‹Fermati! Fermati!›› mi urla aggirandosi per la stanza alla ricerca del salvabile.
Io non mi fermo, vado avanti. Scoperchio i suoi sortilegi, le sue bugie. Voglio mettere fine ai suoi inganni, alla droga delle false attese. Lei recita giaculatorie, getta del sale contro di me, si fa ripetutamente il segno della croce. Demonio, mi chiama. Il mio rito si conclude con un grido di battaglia. Esco, guardo i vestiti che indosso, mi pulisco dalla sozzura del peccato, alzo gli occhi al cielo e scendo in strada.  

Incontro Nunzia, mi chiama:
‹‹Michè! Tu che sei amico di don Piero, chi è stato a incendiargli il cinema?››
‹‹A incendiare cosa?››
‹‹Eddai Michè! Ma dove sei stato la notte del disinnesco della bomba? Non le hai viste le fiamme? Sono arrivate sulla luna e tu non le hai viste? Si dice che sia stato doloso. È stato qualcuno mandato dal Maresciallo…››
La lascio lì che continua a parlare da sola e vado di corsa in chiesa a cercare don Piero. Lo trovo davanti al cinema, le pareti sono in bianco e nero come certi film che proiettava. Mi guarda. Ha le mani sui fianchi. Torna a guardare in alto verso il nero della parete.
‹‹Neanche una pellicola si è salvata.›› Io invece guardo il bianco:
‹‹Ti aiuterò a riaprirlo,›› dico con il fiatone.
Lui resta muto e fermo. Poi mi passa una mano sui capelli per scompigliarmeli e se ne va. 

Il pomeriggio ha un’aria fresca ormai e Anna, l’assistente sociale, si cerca un posto al sole al Pino bar. Io sono all’ombra. Il suo volto è pallido: l’estate non è passata sulla sua pelle. Sfoglia il mio quaderno di appunti, poi lo chiude senza finire di leggerlo.
Neanche mi guarda quando mi dice:
‹‹Il mio lavoro è finito. Non serve che ci vediamo ancora.›› Tempo fa avrei festeggiato a questa notizia. Ora no, mi mancherà.
‹‹Cosa farai adesso?›› le chiedo prendendole la mano appoggiata al tavolino.
Piange. Continuerà a vivere una vita che non ha mai desiderato, continuerà a essere sola, continuerà un lavoro che non la appassiona, continuerà a odiare gli abitanti di questo posto che l’hanno costretta a fuggire e vivere un destino non suo. Continuerà a pensare a sua figlia. Continuerà a non decidere, a non reagire, a non trovare il coraggio, a non sperare. Continuerà a morire.

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