Martiri albanesi: la loro testimonianza per uscire dall’attuale crisi morale

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Albania

di Albert P. Nikolla

Sembra quasi inverosimile per un popolo così piccolo offrire alla mensa del Signore un sacrificio tanto grande: 38 martiri! Su circa 1 miliardo e 300 milioni di cattolici censiti nel mondo, una comunità di circa 500mila cattolici partorisce dalle sue viscere 38 martiri. Insomma, una Chiesa martire!

I 38 albanesi che saranno beatificati il 5 novembre a Scutari, hanno fatto proprio l’insegnamento di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,18-19).
La persecuzione, dunque, è intrinsecamente presente nella vita del cristiano. Questa profezia, custodita misteriosamente in ogni discepolo, è realtà tangibile in tutte le sue dimensioni di violenza contro la Chiesa cattolica albanese sotto il regime comunista.

E la resistenza di vescovi, sacerdoti e laici, perseguitati in modo indicibile ai limiti dello sfregio, è stata davvero eroica.

La Chiesa albanese seguì alla lettera il consiglio di san Paolo: “Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente?” (2Cor 6,14-15).
Le testimonianze raccolte su questi martiri confermano abbondantemente la loro fedeltà ai principi del Vangelo. Basta ricordarne due per comprendere tutta la loro imponenza e forza spirituale. Dom Dedë Malaj pronuncia queste parole dinanzi al plotone di esecuzione: “Io sono un sacerdote cattolico patriota e mi trovo trascinato qui senza nessuna colpa davanti alla mia patria, a Dio e al mio gregge, affidatomi dal Signore. Di una sola cosa posso essere imputato. Sono stato contro il comunismo da quando ho raggiunto la capacità di intendere e volere. […] Noi e voi tutti siamo nelle mani del Signore, il quale giudica ma non può essere giudicato a sua volta da nessuna potenza al mondo”. Queste, invece, le ultime parole di dom Anton Muzaj: “Dite ai miei, della Chiesa e della casa, che sono innocente. L’unica colpa, per la quale mi trovo qui, è perché ho amato tanto Gesù e il prossimo, non accettando di tradirli per nessuna ragione”.

Un martirio, dunque, esclusivamente a motivo della fede nel Signore e dell’amore per la verità.

In una pubblicazione sulla persecuzione del clero cattolico albanese, si tenta una ricostruzione sintetica dello sterminio: su 6 vescovi e circa 220 sacerdoti registrati fino al 28 novembre 1944, 64 di loro morirono martiri, 30 furono giustiziati e altri 35 morirono a causa delle torture e delle fatiche indicibili patite nelle carceri e nei campi di concentramento. Oltre ai religiosi, fu giustiziata anche una parte consistente dell’élite laica cattolica.
Nell’attuale contesto di grave crisi morale in cui è travolta la società albanese post-comunista, queste testimonianze fanno comprendere che c’è sempre la possibilità di svolta, a livello personale e comunitario, per uscire dal nostro torpore esistenziale.

La prova e l’esempio dei martiri rappresentano un forte motivo d’ispirazione: non si tratta soltanto di un appello a compiere atti eroici, ma chiunque, a seconda della grazia ricevuta da Dio, può progredire in modo spedito e rinfrancato verso la verità, verso il bene, nonostante le debolezze e le fragilità umane.

La sorgente del nutrimento spirituale dei martiri non smette di far sgorgare acqua per dissetare lo spirito della comunità cattolica perché ottenga la sua giusta e meritoria posizione nella realtà albanese. Il furore sterminatore comunista si è abbattuto soltanto sul corpo dei martiri lasciando intatto il midollo dello spirito, che è il buon seme conservato del Vangelo: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).
Tertulliano, uno dei padri della Chiesa, diceva che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Infatti, senza alcun dubbio, questo seme ha prodotto i suoi frutti addirittura quando la violenza esercitata sulla Chiesa albanese ha raggiunto livelli mostruosi, quando il male veniva progettato nei suoi dettagli più diabolici.
“Più luce!”, invocava monsignor Vincenc Prennushi, imprigionato e martirizzato perché non accettò di creare la Chiesa nazionale albanese, separandosi dalla Santa Sede.

E luce eterna è stata la sua testimonianza insieme a quella degli altri 37 che saranno beatificati tra pochi giorni.

“Senza le opere di luce radiosa dei veri intellettuali – affermava lo scrittore Ernest Koliqi – una nazione è come il cieco che cammina su una via zeppa di buche pericolose”. Quale opera di luce più radiosa per noi se non quella dei nostri martiri?

(*) portavoce della Conferenza episcopale albanese

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