Lavoro “sommerso”, illegalità, evasione fiscale: e se passassimo alla moneta elettronica?

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LavoroDi Luigi Crimella

Come staremmo noi italiani, in senso economico si intende, se ciascuno si sforzasse di essere onesto, se non si registrasse evasione fiscale, se scomparissero i braccianti irregolari, se tutti i ristoratori e artigiani facessero la ricevuta fiscale, se i docenti e i medici fatturassero tutte le ripetizioni private e le visite specialistiche? Fermiamoci qui. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, ci insegna il Vangelo, e quindi non abusiamo con l’indicazione dei possibili responsabili del dissesto delle nostre finanze pubbliche, in genere identificati con imprenditori, liberi professionisti, autonomi. Anche perché non è del tutto vero che i lavoratori dipendenti, pubblici o privati, siano immuni dal rischio di evadere il fisco e i versamenti previdenziali: basta pensare a quei lavoratori che finito il turno ufficiale continuano facendo ore “in nero”, oppure ai dipendenti statali che timbrano il cartellino e poi se ne vanno, o che si danno facilmente malati visti gli scarsi controlli; o ancora ai più di 2 milioni di case “fantasma” che, specie nell’Italia meridionale, evitano la tassazione, facendo stupire persino l’austero “Economist” che cita il nostro Paese ampiamente, nel numero del 15 ottobre, tra quelli in cui l’evasione fiscale è tra le più alte d’Europa.

Quanto produciamo e quando debito abbiamo. Per gli amanti dei conteggi, se prendiamo il nostro debito pubblico (oltre i 2.230 miliardi) e lo dividiamo per 60 milioni di abitanti, ciascuno di noi teoricamente dovrebbe ripagare 37mila euro per azzerare i prestiti che lo Stato italiano ha avuto da privati e da istituzioni finanziarie. Se poi prendiamo un altro dato cosiddetto “macro”, cioè il famoso Pil (Prodotto interno lordo) che al momento è stimato in poco più di 1.600 miliardi di euro, e lo dividiamo nuovamente per i 60 milioni di italiani, viene come risultato circa 27mila euro di Pil procapite. Quindi abbiamo due cifre:

ogni anno ciascun italiano produce 27mila euro di ricchezza, ma si porta dietro un “macigno” di 37mila euro di debito.

Siamo un Paese, quindi, perennemente indebitato e va così dagli anni ‘60, quando in pieno boom economico lo Stato iniziò a largheggiare in tutti i settori. Lo Stato stesso, del resto, si fa del male da solo, in quanto – per citare Equitalia che presto verrà chiusa – a fronte di ben 805 miliardi di euro da incassare, è riuscita negli ultimi anni a portarne a casa solo 77,9, quindi meno del 10% del totale. E tutto questo nonostante l’ampio potere che aveva di imporre tassi e more pesantissime a evasori e contribuenti che avevano dimenticato di pagare multe, cartelle, bollette di luce, gas e acqua.

Gli ultimi dati Istat sull’economia “non osservata”. A spiegarci un po’ come mai

i conti non tornano ci ha provato nei giorni scorsi l’Istat, che ha diffuso una nota con la quale fissa in 211 miliardi di euro il totale del sommerso e delle attività illegali del Paese (aggiornamento dati 2015 sul 2014).

La nota parla di “economia non osservata” in quanto sommersa e derivante da attività illegali, che non rientrano nella contabilità nazionale. Di questa somma 194,4 miliardi sono il sommerso vero e proprio (12% del Pil) mentre 16,8 miliardi riguardano le attività illegali (1% del Pil). Entrando nello specifico, l’Istat spiega che il 46,9% del totale (99 miliardi) deriva dalla sotto-dichiarazione da parte degli operatori economici (in pratica, fatturato non dichiarato, evasione Iva, Irpef, Ires, ecc.). C’è poi un 36,5% che riguarda l’impiego di lavoro irregolare (stima per 77 miliardi); un 8,6% per altre componenti quali fitti in nero, mance (18,2 miliardi di euro) e un 8% di attività illegali (16,8 miliardi per droga, prostituzione, traffici illeciti ecc.). L’Istat entra nei dettagli, spiegando come l’economia sommersa sia particolarmente diffusa in settori quali commercio, ristorazione, alloggi, trasporti, come anche nei servizi professionali (c’è di tutto: dai parrucchieri ai commercialisti, agli avvocati) fino alla produzione e distribuzione di beni agricoli e alimentari.

Tutti onesti pagando col bancomat? Mediamente, secondo l’Istat, questo sommerso e lavoro irregolare riguarda un 15-20% del totale. Per il lavoro, appaiono irregolari o dubbie (in quanto non congruenti con diversi parametri contabili) ben 3 milioni e 667mila posizioni, delle quali 2,6 milioni di dipendenti e circa un milione di autonomi. I settori dove sono maggiori tali “irregolarità” risultano i servizi alla persona (47,4% del totale), seguiti da agricoltura (17,5%), commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,5%), costruzioni (15,9%). Se vogliamo concludere, parlando anche dell’evasione vera e propria, dobbiamo rifarci ai lavori della commissione istituita presso il Ministero dell’economia, che ha tirato le somme: ebbene,

tra tasse e contributi previdenziali e assistenziali, con tale sommerso ogni anno è come se non entrassero nelle casse pubbliche ben 88,1 miliardi di euro.

Tale media si riferisce agli anni 2010-2014. Negli ultimi due anni, il mancato gettito è salito a ben 108,7 miliardi annui, somma che sarebbe più che sufficiente non solo per coprire il disavanzo, evitando le “manovre” tipo quella in corso, ma anche per iniziare ad erodere pian piano il debito pubblico. Infatti, sempre nell’ipotesi dell’onestà totale degli italiani – d’accordo, è un’utopia – a colpi di 100 miliardi l’anno in 22 anni azzereremmo il debito e diverremmo il “Paese modello”. È un sogno? Chissà! Sta di fatto che nei Paesi nordici (Svezia, per citarne uno) si sta progressivamente passando ai pagamenti elettronici per ogni cosa, compreso caffè, giornale e gelato. E l’evasione, da quelle parti, non supera il 10%.

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