Disabilità psichica: manca la consapevolezza sociale

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Non riesco a trattenermi e anche questa volta desidero associarmi all’entusiasmo della mia collega “al femminile” nei confronti di Bebe Vio, prima incredibile campionessa in gara alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro e poi splendida ed elegante donna, portabandiera dei colori italiani, qualche giorno fa alla Casa Bianca.
Sulle Paralimpiadi mi sono già soffermato più volte questa estate, ma non saranno di troppo alcune parole ancora sulla forza e il coraggio di atlete come Bebe. La speranza è che il ricco bottino di medaglie azzurre abbia spinto molti a farsi qualche domanda in più su cosa siano lo sport, l’agonismo sano, la gioia, il dolore, la vita.
In particolare mi sento di incoraggiare e sostenere chi come Bebe Vio o lo stessi mitico Alex Zanardi gridano a gran voce che il miglior riconoscimento che si può offrire alle persone con disabilità, non è il buffetto buonista di chi spera che a lui non succeda mai una disgrazia simile e neppure la commozione facile di chi però sotto sotto pensa che lo spettacolo sportivo sia un’altra cosa (ancora soffro nel vedere quanto poco spazio la cronaca sportiva dedichi a questi eventi), il riconoscimento più importante è fare ciascuno la propria parte perché la civiltà del futuro sia senza discriminazioni di alcun genere. Le discriminazioni possono iniziare con una barriera architettonica e possono nascondersi dietro uno sguardo o una battuta infelice. Credo che la strada della società italiana, ma non solo… direi di tutto il villaggio globale sia una strada ancora lunga prima di arrivare a quel concetto di normalità nella diversità che potrebbe e dovrebbe riguardare tutti. Per questo motivo nello spazio che mi resta vorrei porre l’attenzione su una disabilità che, talvolta, se possibile, può essere drammatica tanto quella di chi è non vedente, non udente, oppure ha perso l’uso di gambe o braccia. È la disabilità psichica, il disagio mentale, il grande e forse ultimo tabù dei nostri tempi. Oggi si fa outing su ogni fronte e su alcuni le parole diritto e visibilità sono state sostituite da quella molto meno felice di orgoglio… ma una persona con un disturbo psichiatrico non può mai andarne orgogliosa e anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, per riuscire a convivere con gli altri, al lavoro soprattutto, ma in ogni contesto sociale, deve nascondere, negare e curarsi dietro le quinte. Quante volte vi sarà capitato di dire “ma quello è pazzo!”, basta una frase così per capire quanto il pregiudizio sia ancestrale… per non arrivare a tutte le sottodefinizioni più o meno dettagliate che abitualmente usiamo per tranciare la rispettabilità di un avversario, o anche solo di un collega o un conoscente. Spostare il giudizio sul fronte psichiatrico è la scorciatoia universale per screditare l’opinione altrui e sbarazzarsi di un’opinione diversa o giustificare un comportamento che non si capisce… Lungi da me fare generalizzazioni affrettate… alcuni disturbi non possono e non devono essere accomunati… ma essi sono in aumento e non aumenta invece la consapevolezza sociale e così si tende a relegare e ghettizzare. Recentemente un lucido reportage di Speciale Tg1 richiamava l’emergenza per cui in una struttura di assistenza territoriale del centro di Roma due psichiatri devono occuparsi di 600 pazienti… Significa che il bisogno aumenta ma le risorse sono ridottissime e come al solito, nonostante il nostro Sistema Sanitario Nazionale non debba invidiare nulla a quelli degli altri Paesi, succede che si cura di più e meglio chi ha più risorse economiche.
Allora in questo caso non c’è da fare distinzioni fra maschi e femmine, ma c’è invece da chiedersi se non sia opportuno un salto di qualità nella nostra coscienza sociale. Finché un disturbo nella sfera della psiche non potrà essere rivelato ad un colloquio di lavoro come l’ipertensione o il diabete, finché ci saranno uomini e donne che dovranno negare la loro condizione con il principale o ad un circolo ricreativo, finché questo avverrà vorrà dire che la normalità non solo è un privilegio di pochi, ma – a pensarci bene – proprio non esiste.

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