L’appartamento pontificio a Castel Gandolfo si svela al mondo

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Castel GandolfoDi Giancarlo Cocco

Da pochi giorni l’appartamento in cui si ritiravano i Papi, soprattutto nel periodo agostano, di fronte al lago di Castel Gandolfo, per scelta dell’ultimo erede di Pietro, diventa Museo. Quello che una volta era un luogo inaccessibile è ora fruibile a turisti e fedeli provenienti da ogni parte del mondo.

Intorno all’anno Mille la famiglia dei Gandolfi di Genova (da cui il nome Castel Gandolfo) si impossessò  del luogo ove un tempo sorgeva la città di Alba Longa, leggendaria per aver dato i natali ai gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma, costruendovi  quasi sulle rive del lago, un castello.

Nel 1279 il feudo venne ceduto al cardinale Giacomo Savelli, prefetto papale e capitano dell’esercito  pontificio che nel 1285 divenne Papa con il nome di Onorio IV. I Savelli conservarono la proprietà fino alla fine del Cinquecento quando venne loro espropriata dalla Camera Apostolica per ripagare gli ingenti debiti che quella famiglia aveva contratto.

Nel 1604 con Clemente VIII  – Ippolito Aldobrandini – Castel Gandolfo divenne parte del patrimonio inalienabile della Chiesa e nel 1607 Papa Paolo V Borghese fece arrivare al borgo l’acqua potabile. Il primo a trascorrervi le vacanze fu Urbano VIII Barberini nel maggio del 1626.

Le cronache raccontano che la sua partenza da Roma fu annunciata con alcuni colpi di cannone sparati a salve e appena gli abitanti di Castel Gandolfo avvistarono il polverone del corteo nella zona delle Frattocchie cominciarono a suonare le campane. Fu lui a trasformare il Castello in Palazzo Apostolico e decretò che le villeggiature papali dovessero svolgersi in questo Palazzo.

Clemente XIV acquistò la Villa accanto ampliando di tre ettari il territorio. Nel 1870 con l’arrivo dei piemontesi a Roma e la fine dello Stato Pontificio, la residenza Papale di Castel Gandolfo finì dimenticata, nonostante la “Legge delle Guarentigie” l’avesse inclusa tra le pertinenze a disposizione del Papa.

Per 60 anni i Pontefici non uscirono più dal Vaticano neppure per andare in vacanza a Castel Gandolfo. I Patti Lateranensi del 1929 dettero lustro alla Villa che fu restaurata, Pio XI acquistò altri orti verso Albano e oggi il complesso e le Ville Pontificie si estendono per ben 55 ettari e godono di extraterritorialità come il Vaticano che ha però solo 44 ettari di estensione.

Novembre 1943: profughi accampati nei giardini vaticani

Nel 1934 vi fu trasferito l’Osservatorio Astronomico, che è affidato ai gesuiti poiché a Roma c’erano troppe luci notturne che ostacolavano l’osservazione. Papa Ratti – Pio XI – morto nel 1939, vi passava sei mesi l’anno tra il 1934 e il 1938 e nell’appartamento pontificio vi fece costruire una cappella. E’ da Castel Gandolfo che questo Papa “alzò la voce” contro il nazismo, le leggi razziali e la guerra imminente.

Il complesso piacque a Papa Eugenio Pacelli – Pio XII – che trascorreva molte ore in passeggiate lungo i viali. Nel 1944 in piena guerra, quando gli abitanti di Anzio e Nettuno furono costretti a lasciare le loro case, molti di essi bussarono alla porta della Villa Pontificia e vi trovarono rifugio. Furono oltre 1600 i profughi che Pio XII ospitò nei giardini sotto tende di fortuna (nell’immagine a fianco una foto d’epoca).

Dormivano nelle stanze dei dignitari, nel Salone degli Svizzeri, nelle sale dell’anticamera, del Concistoro e nel suo appartamento. Nella camera da letto del Papa in quei mesi nacquero molti bambini tra cui due gemelli e i genitori dettero loro i nomi di Eugenio e Pio, in onore del Papa. Dopo la guerra Papa Pacelli trascorse un terzo del suo pontificato a Castel Gandolfo e qui mori.

Anche Giovanni XXIII – Papa Roncalli – vi si recava spesso e recitava l’Angelus alla domenica. Paolo VI –Papa Montini – vi soggiornava da luglio a settembre anche lui morì qui.  San Giovanni Paolo II amava affacciarsi sulla terrazza sul Lago di Castel Gandolfo e riceveva  le delegazioni estere.

Lo studio del Santo Padre

Benedetto XVI amava passeggiare nel grande giardino della Villa in assoluta tranquillità. Ora Papa Francesco ha deciso di aprire anche l’appartamento a tutti. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, celebrando  l’inaugurazione, ha raccontato ai giornalisti: «Papa Francesco mi ha detto – ho troppi problemi e quindi rinuncio alla mia reggia suburbana di Castel Gandolfo, voglio che questo luogo divenga fruibile da tutto il popolo».

«In questo palazzo apostolico» – continua Paolucci – «sono venuti capi di Stato, dentro c’era solo il Papa e i suoi più stretti collaboratori, ora tutti potranno ammirare le meraviglie delle sale come la Sala degli Svizzeri. Qui montavano, 24 ore su 24, il corpo di guardie che dal 1506 presta fedelmente servizio al Santo Padre.  Qui tutti i Papi del novecento, anche Benedetto XVI, hanno ricevuto delegazioni e gruppi di pellegrini.

La Sala del Concistoro

C’è poi la Sala del Trono dove il Papa, seduto in trono, riceveva l’ospite più illustre, la Sala del Concistoro utilizzata per le riunioni tra il Pontefice e  Collegio Cardinalizio, la Stanza da letto del Papa, il luogo certamente più riservato di tutto il Palazzo». Qui, come detto, concluse la sua esistenza il 9 ottobre 1958, Pio XII e Paolo VI il 6 agosto 1978 e sempre in questa stanza, dopo l’attentato in piazza San Pietro e la degenza al Policlinico Gemelli, Giovanni Paolo II vi trascorse  due mesi per cure riabilitative.

A conclusione della visita a Castel Gandolfo è stato offerto ai presenti un breve concerto di musica popolare cinese, realizzato grazie al comparto musicale della Guangzhou Opera House. Con la loro presenza hanno voluto promuovere il ruolo dell’arte come ambasciatrice e strumento di “dialogo tra le culture e le religioni”.

Un grande ponte culturale che da Pechino congiunge Roma a sottolineare come Papa Francesco abbia avuto piacere ad ospitare a Santa Marta l’artista Cui Zumo grande maestro dell’arte calligrafica cinese, il quale, durante lo spettacolo musicale, ha realizzato una sua interpretazione calligrafica di Anima Mundi. Significativo  gesto di come Bergoglio tenga particolarmente ad avvicinarsi a questo popolo, già “scoperto” dal gesuita Matteo Ricci.

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