Da Calais a Goro: cambia il mondo ma la politica per ora resta al palo

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Di Gianni Borsa

Succede a Calais. Ma accade anche a Goro (Ferrara) o ad Aquilinia (Trieste). Così come ieri era avvenuto lungo i confini dei Paesi balcanici, quindi in Ungheria e Croazia, poi al Brennero: arrivano i migranti richiedenti asilo, fuggono da fame e guerra, ma trovano porte chiuse, confini serrati o, al più, una “giungla”. I rifugiati devono stare semmai in una bidonville lontano dal centro delle nostre città: occhio non vede, cuore non duole… E laddove una parrocchia o un ente locale mette a disposizione una struttura per l’accoglienza, si ergono barricate o partono gesti intimidatori.
Certo, l’arrivo in massa di bambini, donne, uomini, anziani dall’Africa e dal Medio Oriente sulle coste europee costituisce un problema difficile da gestire, che presenta un conto economico non indifferente e, soprattutto, solleva leciti timori tra i residenti dei Paesi ospitanti.Ma nel retrobottega il problema è un altro: chi e secondo quali regole decide come rispondere a questa “emergenza strutturale”?Con quali criteri gli Stati membri dell’Ue intendono regolare i flussi in arrivo? Oppure si pensa di respingere i migranti con la forza, come qualche leader nazionalista lascia intendere? E, ancora: è possibile che in sede Ue la stracitata “solidarietà” – che ciascuno invoca solo pro domo sua e quando c’è da attingere ai golosi fondi strutturali – acquisti forma anche sul fronte migratorio?
Tante domande che, in fin dei conti, possono confluire in un unico interrogativo: in un mondo globale, con sfide che passano sopra i confini nazionali e vanno oltre i poteri degli Stati, non sarebbe utile attrezzarsi con una governance su più livelli, rispettosa del criterio di sussidiarietà e al contempo capace di guidare i cambiamenti epocali in atto?
Ciò vale per il nodo-migrazioni, ma ugualmente potrebbe riguardare la risposta alla situazione di guerra in Siria o all’instabilità politica della Libia (due Paesi che, non a caso, sono all’origine di vasti flussi migratori verso l’Europa). Vale pure per la politica economica (il miniparlamento regionale della Vallonia sta bloccando l’accordo commerciale Ue-Canada negoziato in sette anni), per la politica energetica, la difesa dell’ambiente, la tutela della salute dei cittadini, la ricerca scientifica, la cooperazione internazionale…
È talmente evidente che ogni azione, o inazione, a livello statale ha ricadute sui vicini, che abbiamo imparato a preoccuparci per il Brexit, a seguire le trattative per il governo spagnolo e gli esiti delle votazioni in Svizzera, a chiederci se Marine Le Pen potrà essere il prossimo Presidente della Repubblica francese, a domandarci se Turchia e Russia siano vicini di casa da temere o meno. Tremiamo al pensiero che la Grecia possa andare in default causando pesanti ricadute sull’intera Eurozona (e quindi sulle nostre tasche); inquietano le sensibili opinioni pubbliche l’Isis, il terrorismo internazionale o gli eserciti del male, come Boko Haram; gridiamo allo scandalo se qualcuno adombra (magari solo per motivi elettorali) una possibile invasione di “idraulici polacchi” concorrenti rispetto al posto di lavoro dei nostri figli.Siamo talmente interdipendenti, anche oltre gli spazi continentali, che il presidente statunitense Obama si interessa del referendum costituzionale in Italia o delle dotazioni militari delle repubbliche baltiche.Il mondo si trasforma, nuove frontiere geopolitiche, economiche e sociali avanzano: cambierà anche la politica? E cambierà il rapporto tra cittadini e democrazia politica?

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>