Monache Clarisse: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”

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Foto Grottammare Fede e BellezzaDIOCESI - Lectio delle Monache Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto sulle letture di domenica 22 Ottobre.

– Leggi anche l’invito delle Monache Clarisse, per la “Scuola di Preghiera”

«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede»: Paolo, prossimo alla morte, sintetizza, in queste poche parole, tutta la sua vita.

Non tira le somme di quanto ha compiuto, delle vittorie riportate, dei successi personali, dei traguardi raggiunti né tantomeno intende presentare il conto che il Signore gli dovrà saldare come pagamento di quanto fatto per Lui.

Il suo non è affatto l’atteggiamento che, invece, mostra il fariseo citato dal Vangelo che, nel tempio, si presenta a Dio vantando tutte le sue presunte conquiste: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri […]. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo».

Il fariseo è sazio e soddisfattoPaolo è ancora affamato, la sua vita è ancora proiettata al futuro, a quella «corona di giustizia che il Signore giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno». Egli non pretende nulla di esclusivo; continua, infatti, dicendo «non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione». Il fariseo non attende nulla, ha già tutto…Paolo sa che egli è quello che è solo per grazia divina, e che senza la misericordia di Dio egli sarebbe rimasto “il primo dei peccatori”.

Ed è l’incontro con il Dio della misericordia che brama, che desidera. Quel Dio che, come dice lui stesso, «mi è stato vicino e mi ha dato forza».

E’ la stessa fame che l’altro protagonista del Vangelo, il pubblicano, rivela nella sua preghiera: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».

«…fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto…»: quest’uomo è consapevole che nulla può costruire da solo ma, come lo stesso Paolo nella lettera a Timoteo, riconosce che solo «il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli». Non i suoi sforzi, non le sue buone azioni, ma la misericordia di Dio, la fiducia e l’abbandono al suo amore di Padre.

E’ questa, come leggiamo nel libro del Siracide, la preghiera che il Signore ascolta; la preghiera del povero, dell’oppresso, dell’orfano, della vedova. Essi «gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce» (Sal 33).

E’ la preghiera del pubblicano, è la nostra preghiera, una preghiera non da “umiliati” ma di chi, nell’umiltà, riconosce di non poter fare da solo, di non “potersi fare” da solo, la preghiera di chi, con gioia e fiducia, abbraccia non se stesso ma l’unico Signore della vita, l’unico rifugio, l’unico che ci riscatta, l’unico che ci salva, l’unico che ci esalta!

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