Danimarca: avanza la “legge sui predicatori”

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LeggeDi Sarah Numico

Dal 1850 ogni anno, quando il primo martedì di ottobre si apre il Folketinget, il parlamento danese, un vescovo della Chiesa nazionale presiede un culto solenne. Così è stato anche quest’anno, il 4 ottobre. Il vescovo luterano di Ribe,Elof Westergaard, ha tenuto un lungo sermone con tanti agganci alla Sacra Scrittura e delicati rimandi ai dibattiti in corso in Danimarca: “Una forte secolarizzazione non lascia spazio alla religione e non riconosce l’importanza della relazione tra l’essere umano e Dio”, ha constatato il vescovo. “È importante vivere in una società che protegge contro il male, ma è anche essenziale che sia salvaguardata e non stigmatizzata la libertà della pratica religiosa”. Il riferimento è a due temi in agenda che ripropongono la tormentata questione della libertà di religione, in un contesto in cui, essendo la Chiesa luterana “Chiesa di Stato”, i suoi pastori sono di fatto impiegati pubblici.

Un regolamento per religioni. Un primo tema è la proposta di “regolamento giuridico per le comunità religiose” che il “Comitato per gli affari religiosi” del “Kirkeministeriet”, ministero degli affari ecclesiastici, sta preparando per rendere più “omogeneo e trasparente” il riconoscimento e lo status delle comunità. Le consultazioni sono in corso e il 30 settembre il Consiglio delle Chiese, a cui appartengono 15 denominazioni, tra cui la luterana e la cattolica, ha presentato le proprie osservazioni.Critiche su alcuni punti, ad esempio sulla normativa sul sostegno economico, le Chiese sono sostanzialmente d’accordo con la propostaperché “in linea con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e i pronunciamenti della Corte” di Strasburgo.

Dichiarazione di impegno. La seconda questione su cui il Folketinget dovrà legiferare è la “legge sui predicatori religiosi”. Si tratta per ora di un “documento di consenso” sottoscritto da Liberali, Socialdemocratici, Partito del popolo danese e Conservatori, che prevede l’obbligo per sacerdoti, imam e predicatori di origine straniera e non luterani di frequentare un corso sulla legislazione danese in materia di famiglia, democrazia e libertà prima di poter esercitare il proprio servizio. Al termine del corso la firma di una dichiarazione d’impegno a lavorare nel rispetto di tutte le leggi e dei valori danesi li autorizzerà a celebrare matrimoni legalmente riconosciuti. Già a giugno, pochi giorni dopo la pubblicazione del documento, il vescovo cattolico di Copenaghen, mons. Czeslaw Kozon, a caldo reagiva sulle pagine di religion.dk e scriveva:

“La dichiarazione contiene obblighi che confinano con la limitazione della libertà di religione”.

“Quando la Chiesa cattolica non potrà insegnare qualcosa che è contro la morale e l’ordine pubblico l’esercizio della libertà religiosa sarà limitata; ma ciò che è contrario all’ordine pubblico può essere interpretato in maniera così ampia da dar luogo a interferenze nelle comunità religiose circa la predicazione e la pratica”. Per mons. Kozon la normativa è altresì “discriminatoria, perché non si applica alla Chiesa di Stato”.

Fenomeno pericoloso? Le istanze del vescovo sono contenute anche nel memorandum che a settembre il Consiglio delle Chiese ha inviato al ministero: se l’intenzione del legislatore è impedire la predicazione violenta da parte di alcuni imam com’era avvenuto in alcune moschee danesi, la proposta appare sproporzionata rispetto al problema e discriminatoria. Certo è che le Chiese “prendono distanza da terrorismo, omicidio, stupro, violenza, incesto, pedofilia, privazione della libertà, coercizione e poligamia” e da un parlare o predicare che alimenti tutto ciò.“Indirettamente si dice nel disegno di legge che la religione è un fenomeno pericoloso, più pericoloso di altri credo e ideologie e che la società è da proteggere”.Si critica anche una certa ambiguità là dove si parla di “valori danesi”, perché sono “difficili da definire e delimitare e sono cambiati in modo significativo nel corso del tempo”, così come il fatto che la legge si applicherebbe “alle dichiarazioni fatte in pubblico e privato”, cosa che “può incrinare la fiducia tra il sacerdote e il destinatario della pastorale, fiducia assicurata attraverso il diritto al segreto previsto dalla legislazione danese dal 1683”. Discriminatorio anche che si dica “che i lavoratori religiosi al di fuori della Chiesa di Stato devono rispettare il diritto danese e dimostrare un comportamento corretto (dekorumkrav)” pena il rischio di perdere il loro permesso di soggiorno, cosa che dovrebbe valere “per tutti, comprese le autorità civili che hanno il permesso”.

Criteri differenti. “Come società democratica dovremmo essere molto attenti quando facciamo leggi specifiche per gruppi specifici, in questo caso gruppi religiosi”, commenta al Sir Michael Riis, presidente della commissione cattolica Justitia et Pax danese. “Perché differenziare tra persone che parlano da un punto di vista politico, ad esempio, da chi parla da un punto di vista religioso? Il pericolo per la società democratica è ugualmente grande o piccolo in entrambi i casi e perciò i criteri che si usano per valutare un discorso dovrebbero essere gli stessi”. Finite le audizioni pubbliche, spiega Riis, ora “le risposte dovranno essere pubblicate insieme alla versione definitiva della proposta di legge che poi passerà al Parlamento”.

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