Opere di misericordia: per il Papa il “miglior antidoto contro il virus dell’indifferenza”

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Piazza San Pietro PinaDi Luca Marcolivio, Zenit

Essere “misericordiosi come il Padre” (Lc 6,36) è “un impegno che interpella la coscienza e l’azione di ogni cristiano”. Non basta “fare esperienza della misericordia di Dio” ma, chiunque ne riceve, deve diventarne “anche segno e strumento per gli altri”, non solo in “momenti particolari” ma in ogni istante della “nostra esistenza quotidiana”. Lo ha detto papa Francesco, in apertura dell’Udienza Generale di ieri in piazza San Pietro.

Proseguendo il suo ciclo di catechesi sul tema del Giubileo, il Santo Padre ha indicato alcune chiavi per diventare autentici “testimoni della misericordia”: non si tratta, ha spiegato, di “compiere grandi sforzi o gesti sovraumani”; Dio, al contrario, “suggerisce una strada molto più semplice, fatta di piccoli gesti che hanno però ai suoi occhi un grande valore, a tal punto che ci ha detto che su questi saremo giudicati”.

È il Vangelo stesso a indicare le “opere di misericordia corporale”, definite da Bergoglio il “testamento di Gesù”, il quale ci dice che “ogni volta che diamo da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete, che vestiamo una persona nuda e accogliamo un forestiero, che visitiamo un ammalato o un carcerato, lo facciamo a Lui” (cfr Mt 25,31-46).

Ad esse, si aggiungono le sette opere di misericordia dette “spirituali”, che, “soprattutto oggi”, riguardano altre “esigenze importanti del cuore umano”, toccando “l’intimo delle persone” e, spesso, “fanno soffrire di più”.

Per prima, il Papa ha citato “sopportare pazientemente le persone moleste”: a un primo impatto può “farci sorridere” e apparire una prescrizione “poco importante”, invece “contiene un sentimento di profonda carità”, così come le successive, che Francesco approfondirà nelle restanti udienze generali di qui alla fine dell’Anno Santo: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, pregare Dio per i vivi e per i morti.

Quanti, nei secoli, hanno messo in pratica le opere di misericordia, hanno dato “genuina testimonianza della fede”, divenendo segno dell’“amore preferenziale per i più deboli” che la Chiesa nutre.

“Spesso sono le persone più vicine a noi che hanno bisogno del nostro aiuto – ha osservato il Pontefice -. Non dobbiamo andare alla ricerca di chissà quali imprese da realizzare”. Al punto che le cose “più semplici”, sono indicate dal Signore come “le più urgenti”.

“In un mondo purtroppo colpito dal virus dell’indifferenza – ha proseguito – le opere di misericordia sono il miglior antidoto” e ci permettono di riconoscere il volto di Cristo nei “fratelli più piccoli” (Mt 25,40).

Un principio che fa tornare in mente una frase di Sant’Agostino: “Temo quando Gesù passa”. Ciò sta a significare, ha commentato il Papa, che “spesso siamo distratti, indifferenti, e quando il Signore ci passa vicino noi perdiamo l’occasione dell’incontro con Lui”.

Compiendo i “semplici gesti” che si richiamano alle opere di misericordia, possiamo “compiere una vera rivoluzione culturale”, già portata avanti da molti santi, “ancora oggi ricordati non per le grandi opere che hanno realizzato ma per la carità che hanno saputo trasmettere”. Il Pontefice ha fatto l’esempio di Madre Teresa, da poco canonizzata: “non la ricordiamo per le tante case che ha aperto nel mondo, ma perché si chinava su ogni persona che trovava in mezzo alla strada per restituirle la dignità”, stringendo tra le braccia i “bambini abbandonati” e tendendo la mano ai “moribondi”, accompagnandoli “sulla soglia dell’eternità”.

In conclusione, il Santo Padre ha invocato lo Spirito Santo, perché “accenda in noi il desiderio di vivere con questo stile di vita” ispirato dalle opere di misericordia spirituali e corporali, mettendolo in pratica “ogni giorno”.

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