Sinodo 2018 tra sfide e sogni di un futuro possibile per i giovani

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GMG giovaniDomenico Dal Molin

La scelta di Papa Francesco di dedicare il prossimo Sinodo del 2018 al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, ha suscitato un sentimento immediato di soddisfazione e gratitudine: “Che bello… ci voleva!”.
La Chiesa sceglie di impegnarsi, nel prossimo biennio, in una riflessione attenta e concreta per ascoltare la voci dei giovani. Con verità e coraggio si impegna a camminare accanto alla complessa e variegata realtà giovanile per cogliere, con infinito rispetto e totale gratuità, le loro aspettative e resistenze nel vivere “con fede e per fede”.

I giovani sono ancora capaci di entusiasmarsi e di accettare le sfide della vita, ma i loro sogni e progetti si scontrano con un contesto socio-culturale che non sembra in grado di valorizzarne le risorse, né di garantire loro le condizioni minimali per un esercizio della propria libertà di scelta.
Molte ricerche ci dicono che i giovani hanno un rapporto infelice con il futuro, che non appare loro come promessa, ma piuttosto come minaccia. La relazione con il futuro non è una dimensione accessoria né in una esperienza di fede né in quella di una ricerca di senso e di scelta di vita, vissuta con libertà:

solo alla luce del futuro un giovane può scommettere su se stesso, può imparare a resistere alla tentazione di bloccarsi alla prima difficoltà, può accogliere e vivere il tempo del sacrificio e della resistenza.

La fotografia dei “millenials”, recentemente proposta attraverso una indagine accurata condotta dall’Istituto Giuseppe Toniolo (Università Cattolica S. Cuore), raccoglie uno spaccato significativo del loro reale vissuto religioso nel contesto nazionale, raccolto nel volume “Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia” (a cura di R. Bichi e Paola Bignardi; ed. Vita e Pensiero, 2015). L’idea di Dio che ne emerge? È nella logica della personalizzazione, del fai da te, divenendo così una nicchia di proprietà individuale. Sembra smentito il vecchio cliché “Gesù Cristo sì, Chiesa no”. In realtà è una situazione più complessa, dove le questioni dottrinali non solo non interessano e non riescono ad arrivare ai giovani come messaggio, ma non fanno emergere in primo piano neppure la figura di Gesù. “È una fede che c’è, ma che ha bisogno di crescere, o meglio, che sarebbe necessario far crescere. Come un germoglio che fa fatica a fiorire”.
In questa prospettiva la tematica del “discernimento vocazionale” diviene cruciale.

Imparare a discernere la propria vita significa essere aiutati in una ricerca di scrematura e integrazione tra valori diversi e spesso confusi, conservando ciò che è utile e importante.

È imparare a cercare il significato della propria esistenza e il modo di viverla con responsabilità, rispondendo a quella chiamata personale di “beatitudine” che c’è nel cuore di ciascuno. Con un orizzonte comune a cui andare; poter dire a se stessi: “Ma tu perché vivi? Io vivo perché amo” (Paul Evdokimov).

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