La clandestinità dei cristiani in Somalia

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cristiani somalia

ZENIT – di Elena Barlozzari

SOMALIA – Un piccolo grande segno di speranza arriva dalla costa mediorientale del golfo di Aden, in Africa. Siamo ad Hargeisa, nel Somaliland, qui monsignor Giorgio Bertin – Vescovo di Gibuti e Amministratore Apostolico di Mogadiscio – ha riconsacrato la piccola chiesa dedicata a Sant’Antonio da Padova, saccheggiata e deturpata negli anni in cui la Somalia sprofondava nel caos della guerra civile.

Come ha spiegato il presule, in Somalia da quasi quarant’anni, ai microfoni di Radio Vaticana: “Ciò dimostra che questa parte della Somalia, il Somaliland, resta rispettoso del diritto di culto che hanno i non musulmani”.

Diversa e più difficile è la situazione dei cristiani nel resto del Paese che, dall’inizio della guerra civile ad oggi, sono ridotti a poche decine. L’erosione della comunità di fedeli è ben descritta dal cumulo di macerie impolverate, nel cuore della città vecchia di Mogadiscio, che restano della “più vasta chiesa di tutta l’Africa Orientale”, così come la chiamava l’allora Governatore della Somalia, C.M. de Vecchi di Val Cismon.

La Cattedrale di Mogadiscio, dedicata alla SS. Vergine Consolata, viene inaugurata il 1° marzo 1928, epoca in cui la città era il capoluogo della Somalia Italiana. “Inspirata alla cattedral di Cefalù, simbolo della riconquista cristiana della Sicilia”, come scrive de Vecchi nelle memorie recuperate dal foto-reporter torinese Alberto Alpozzi, resterà sede della diocesi di Mogadiscio fino al 1989.

Il 9 luglio di quell’anno, come dirà L’Osservatore Romano, viene scritta “una nuova pagina di sangue nel martirologio della Chiesa”. A vergare di rosso quella pagina è Pietro Salvatore Colombo, ex Vescovo di Mogadiscio, assassinato una domenica di ventisette anni fa nel chiostro della “sua” Cattedrale. All’epoca la locale comunità cristiana contava circa 2mila anime. Quello che rimane dell’eredità di Colombo, circa una trentina di fedeli prevalentemente concentrati nella capitale somala, è oggi affidato alle cure di monsignor Bertin.

“Io sono stato in Somalia dal 1979 al ‘71, all’epoca ero un giovane studente di teologia – racconta a ZENIT il presule originario del padovano – poi sono tornato nel gennaio del ‘78 e fino al gennaio del ‘91, dal ‘91 al 2001 sono diventato ‘displaced’, un rifugiato in Kenya, e dal 2001 sono venuto qua portandomi dietro la responsabilità della Somalia con il titolo di Amministratore Apostolico”.

Siamo a Giubuti, nella Cattedrale di Nostra Signora del Buon Pastore, lungo boulevard de la République, il cuore diplomatico della città affollato da “bande” di piccoli straccioni che rincorrono i passanti alla ricerca di acqua o monete. Il Monsignore è seduto dietro la scrivania del suo “quartier generale”, nel piccolo ufficio che affaccia sulla monolitica struttura disegnata negli anni Sessanta dall’architetto Joseph Müller. E’ da qui che coordina le numerose attività benefiche messe in campo dalla diocesi e della Caritas.

“Durante la prima repubblica, cioè dal ‘60 al ‘69, e anche all’inizio con Mohammed Siad Barre Barre, non c’era un ostracismo nei confronti dei cristiani, anzi, alcuni di loro avevano dei posti preminenti, ricordo per esempio Anthony Mariano, veniva dal nord, dal cosiddetto Somaliland ed è stato ministro”, racconta Bertin che, prima della morte di Colombo, ogni venerdì celebrava la Santa Messa in lingua somala.

Poi? Poi “tutto è andato in rovina”. Assieme ai due campanili e alle volte della Chiesa simbolo della cristianità nell’Africa Orientale – oggi orinatoio a cielo aperto – crolla l’impalcatura su cui poggiano l’intera comunità di fedeli e la loro libertà religiosa. L’ultimo choccante provvedimento arriva a dicembre 2015: la Messa di Natale è bandita per “ragioni di sicurezza”. “Tutti gli eventi connessi alle celebrazioni di Natale e Capodanno – rende noto il Ministero degli Affari Religiosi – sono contrari alla cultura islamica, e potrebbero danneggiare la fede della comunità musulmana”.

L’ennesimo schiaffo ai cristiani indigeni è, in realtà, solo uno specchietto per allodole. I pochi “rimasti” sono costretti a pregare sottovoce, nella penombra di qualche riparo di fortuna, ormai da vent’anni. Anche in seguito all’insediamento del Governo federale della Somalia, il 10 settembre del 2010, la condizione di clandestinità dei cristiani in Somalia non è certo migliorata. “Questo Governo federale – attacca il Vescovo –  è un nulla, e allora deve dimostrare che difende l’Islam contro ogni propaganda, contro ogni presenza cristiana”. Soprattutto adesso che Al-Shabaab, costola di fedelissimi di Al-Qaeda in Somalia dove, non a caso, lo Stato islamico non è riuscito a penetrare, è tornata a colpire con ferocia.

“Ma allora perché cercare il riconoscimento e il sostegno internazionale?”, domanda Bertin al vertice di Villa Somalia. “Se vogliamo vivere insieme a livello internazionale – osserva il presule – allora rispettiamoci nelle differenze”. Il rimprovero di Bertin non esclude chi, dall’altro lato, avalla questo sistema lavandosi la coscienza con l’assistenzialismo. “Smettetela di limitarvi ad inviare viveri e beni materiali – ha spiegato Bertin ai rappresentanti della Nazioni Unite – c’è bisogno ma non basta, bisogna far rinascere lo Stato”.

Ed è proprio sul destino di questa auspicata rinascita che ci s’interrogherà alla vigilia delle prossime elezioni presidenziali. Un appuntamento singhiozzante, inizialmente previsto per agosto scorso, fissato ora per il prossimo 30 novembre. Nelle intenzioni del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) si tratta di “un passo indispensabile verso una Somalia democratica, unita e stabile sia a livello federale che regionale”. Nella speranza che la futura leadership sappia incarnare quell’ideale di politica che, come insegna Monsignor Bertin richiamando a sé le parole di Papa Pio XI, “è la più alta forma di carità”.

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