FOTO Giubileo Famiglie e lavoratori, Vescovo Bresciani: “Nessuna persona umana deve essere strumentalizzata, né nel lavoro né nelle relazioni affettive”

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DIOCESI – Domenica 9 agosto si è tenuto presso la Cattedrale Madonna della Marina il Giubileo delle famiglie e dei lavoratori presieduto dal Vescovo Carlo Bresciani.

Durante l’omelia il Mons. Bresciani ha affermato: “Carissime famiglie, carissimi lavoratori,
benvenuti in questa cattedrale della nostra diocesi per la celebrazione del vostro giubileo della misericordia. L’incontro nella preghiera con il nostro Signore Gesù ci mette sempre di fronte, da una parte, alla nostra povertà, piccolezza e peccato; dall’altra, alla sua immensa bontà che viene incontro alla nostra povertà e, tendendoci la mano, non solo ci perdona, ma ci innalza fino alla altezza di figli da Dio amati.
Quanto è grande l’amore di Dio e quanto è povero il nostro al suo confronto!
Ma noi abbiamo bisogno dell’amore di Dio, più di ogni altro amore, anzi, senza di questo, noi non sappiamo amare. Se non fondiamo i nostri affetti umani nel suo amore e non impariamo da esso, questi facilmente franano e si isteriliscono di fronte alle inevitabili difficoltà della vita e delle relazioni.
Si tratta di un amore gratuito, quello di Dio intendo.
Nel Vangelo abbiamo sentito che Gesù guarisce tutti e dieci i lebbrosi che si sono presentati imploranti a lui per avere la guarigione, ma solo uno è stato capace di riconoscere il dono ricevuto e di tornare per un doveroso ringraziamento. Quanto spesso anche noi dobbiamo riconoscerci nei nove che non sentono il dovere di ringraziare Dio: anche se da Lui abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere tutto! I nove che non tornano a ringraziare restano sì guariti nel corpo, ma non nel loro spirito, il loro cuore rimane povero e malato. Impoveriti dalla chiusura su se stessi, non sanno riconoscere l’amore ricevuto gratuitamente, per questo non sanno amare.
Non c’è amore vero senza riconoscenza.
In un certo senso, i nove lebbrosi che non sentono il bisogno di ringraziare strumentalizzano Gesù per i loro scopi, lo usano, ma non entrano in una vera relazione con lui. Prendono ciò di cui pensano di avere bisogno e se ne vanno. Quando si strumentalizzano le persone, non importa in che modo, se negli affetti o nel lavoro, si ha l’impressione di guadagnare per sé, invece ci si impoverisce, si sterilizzano i rapporti e alla fine si perde ciò che ci rende veramente umani, prima ancora che cristiani. Nessuna persona umana deve essere strumentalizzata, né nel lavoro né nelle relazioni affettive, ma amata e accompagnata con comprensione nelle sue fragilità. Occorre imparare dal cuore di Dio per fare ciò.
Il Vangelo ci insegna a mettere al centro la persona umana non il profitto e a collaborare insieme perché ognuno, giovani e adulti, possa avere la possibilità di un lavoro dignitoso che permetta di guadagnare onestamente il necessario per sé e per la propria famiglia. La rincorsa all’accumulo di capitali che non danno lavoro non serve alla vita dei singoli e delle società, ma la corrodono. Quando non si mette al centro la persona, ma il denaro, inevitabilmente dilaga la corruzione che come un tarlo corrode tutto quello che c’è di buono e che si è cercato di costruire. Quando non si mette al centro la persona da amare, i costumi diventano corrotti e le relazioni diventano fragili, insicure, e poi si frantumano con grande sofferenza di tutti, soprattutto dei più piccoli e dei più deboli. Noi viviamo oggi la crisi profonda della relazioni e dei legami sociali: si tratta di una crisi molto più profonda di quella economica e non risolveremo adeguatamente quella economica se non cercheremo di mettere rimedio a quella dei legami sociali.
Alla società dei diritti individuali, cioè la società di chi pensa solo a sé ed è priva di gratitudine per quello che ha ricevuto, dobbiamo abbinare la società dei doveri verso gli altri, imparando da Gesù che non pensò solo a se stesso, ma donò la sua vita per il bene nostro. Dobbiamo imparare da san Paolo che nella seconda lettura ci ha detto, scrivendo al suo discepolo Timoteo: “Io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto” (2Tim 2, 10), cioè per il loro bene. E poi ci raccomanda: “fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1).
Amare è non pensare orgogliosamente solo a sé e ai propri bisogni. La carità che regge le relazioni, soprattutto quelle affettive, come sono le relazioni familiari, è paziente, benevola, non invidiosa, non orgogliosa, capace di rispetto profondo per tutti, non cerca il proprio interesse, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità (cfr. 1Cor 13, 4-7). Così ci ricorda san Paolo nella lettera ai Corinti che, papa Francesco, commenta molto bene nell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia. Vedo questo passo della lettera ai Corinti come una descrizione delle caratteristiche dell’amore di Dio per ciascuno di noi.
Carissimi, siete venuti a celebrare e ricevere la misericordia di Dio, riconoscendo che tutti noi viviamo di essa. Quante volte l’abbiamo sperimentata nella nostra vita, non dimentichiamocene mai! Quanto siamo debitori ad essa! Chiediamoci con il salmista: “che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” La risposta di Gesù la troviamo nel tema del giubileo che stiamo celebrando: “Siate misericordiosi come il Padre”. Siatelo nel matrimonio con i vostri coniugi, siatelo in famiglia con i figli e con i genitori, siatelo con i compagni di lavoro, siatelo con tutti coloro che lavorano per voi. Se vogliamo godere la gioia dell’amore ricevuto dobbiamo alimentarla con il dono dell’olio che tiene viva la fiamma dell’amore stesso.
Se così faremo, imparando da Dio, renderemo più umani i luoghi del lavoro, più pacifiche le relazioni coniugali e familiari, più sana la nostra società: potremo accogliere e vivere la letizia dell’amore donato e ricevuto da Dio e dai fratelli.
E ora insieme, come il lebbroso che, guarito, è tornato a ringraziare il Signore, anche noi eleviamo la nostra lode di ringraziamento a lui celebrando nella gioia questa eucaristia”.

Domani pubblicheremo le testimonianze che si sono susseguite durante il pomeriggio.

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