Padre Gheddo, il missionario (e giornalista) “agli estremi confini”

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GheddoGerolamo Fazzini

A chi toccherà di ripercorrere analiticamente – quando sarà il momento – la vita, l’attività giornalistica e missionaria, nonché il contributo di padre Gheddo alla cultura e alla Chiesa italiana dell’ultimo mezzo secolo, sarà chiesto un lavoro a dir poco impegnativo ancorché molto affascinante.
In “Inviato speciale ai confini della fede” padre Piero Gheddo ha voluto, invece, rileggere la sua storia con una pubblicazione agile, destinata ad un vasto pubblico: ne è venuta fuori una bella testimonianza in prima persona, concentrata soprattutto sulla sua militanza di giornalista-missionario.
Chi scrive ha ricevuto l’incarico dalla direzione generale del Pime di collaborare con padre Gheddo alla realizzazione del libro. Devo confessare che si è trattato di un’esperienza ricchissima: umanamente, professionalmente e spiritualmente. Con padre Gheddo ci si conosce da anni e tuttavia – nelle diverse e lunghe interviste che mi ha concesso – non ha mancato di raccontare fatti inediti, episodi poco o nulla conosciuti, particolari sin qui noti a un ristretto giro di persone. Insomma, di «chicche» qua e là nel libro ne troverete molte.
Tanto per cominciare,

fin da ragazzo Piero sogna di essere prete, ma si interessa di politica e finisce per prendersi una ramanzina dal parroco di Tronzano Vercellese per essere andato ad ascoltare l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, uno dei «padri costituenti», che parlava in parrocchia nella vicina Santhià, saltando le Quarantore.

In un’altra occasione il giovane Piero viene minacciato di espulsione dal Pime, perché va a prendere la carta necessaria per stampare il giornalino del seminario senza permesso. Ancora: in Brasile, sperimenta le «tentazioni della carne»; in India scampa ad un attentato aereo di terroristi indù…

Padre Gheddo ha sempre desiderato di diventare missionario per andare «agli estremi confini».

Ma, in obbedienza ai superiori che ne avevano intuito le non comuni doti comunicative, la sua missione egli l’ha esercitata viaggiando da un continente all’altro e narrando il misterioso dinamismo del Regno di Dio che cresce ogni giorno, sorprendendoci, alle più diverse latitudini. Un paradosso per lui, che aveva scelto il Pime convinto di partire. Il Padreterno l’ha ricompensato, a modo suo, dandogli il «centuplo», come i libri che Gheddo ha scritto e le missioni che ha visitato.

Padre Piero viene spesso etichettato (ingiustamente) come “conservatore”.

Pochi sanno, però che negli anni del Concilio, quando inizia a collaborare con «L’Osservatore Romano» il quotidiano vaticano gli censura, per intervento della Segreteria di Stato, due importanti interviste: quella con il cardinale Agostino Bea, presidente del Segretariato per l’unità dei cristiani, e quella con il brasiliano Hélder Câmara, il “vescovo rosso” che Gheddo farà per primo conoscere in Italia così come, alcuni anni dopo, sarà per merito suo che a Milano prenderà la parola Madre la fin lì sconosciuta Madre Teresa di Calcutta.
Molte delle intuizioni di padre Piero sono state originali, quando non profetiche. Pensiamo alla lettura sapienziale del processo di decolonizzazione e del desiderio di protagonismo di quello che allora era chiamato «Terzo mondo» (fine anni Cinquanta); la scoperta e denuncia del dramma della fame nel mondo (inizio anni Sessanta), da cui è poi nata Mani Tese; la novità epocale del Concilio e il contributo delle giovani Chiese alla vita della Chiesa universale (è degli inizi degli anni Settanta il servizio speciale «A scuola dalle giovani Chiese»). Prima di molti altri padre Gheddo ha raccontato che il baricentro della cattolicità si stava spostando, tanto rapidamente quanto inesorabilmente, verso il Sud del mondo, con tutte le conseguenze del caso.
Sul versante dell’esperienza giornalistica, come non menzionare la battaglia condotta sul Vietnam e il vero significato della sua «liberazione», a lungo ammantata di ideologia? O come dimenticare reportages passati alla storia, da Cuba (1970) alla Somalia (1978, 1994), dal primo viaggio in India di Paolo VI al primo extraeuropeo di papa Wojtyla, in Messico nel 1979, passando per l’Angola della guerra civile (1975), occasione in cui padre Gheddo scattò fotografie finite su alcune delle più importanti riviste europee?
Grazie a una militanza giornalistica e missionaria che non ha eguali nella storia italiana – come osserva anche Andrea Tornielli nella prefazione – e che si è dispiegata non solo nella stampa cattolica, ma anche su varie testate laiche, padre Gheddo ha potuto essere testimone diretto di eventi che hanno segnato il secolo XX: la passione e resurrezione della Chiesa in Cina, la fine dell’apartheid in Sudafrica, la tragica pagina della dittatura militare in Argentina (anni Settanta), per arrivare al genocidio in Ruanda e Burundi (1994).

Ma se c’è una cosa che Gheddo insegna da par suo è la coscienza chiarissima del senso del suo apostolato giornalistico: il servizio esclusivo alla causa missionaria, l’annuncio della novità di Cristo salvatore a tutti i popoli del mondo.

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