Misericordia: quando il buon ladrone riuscì a rubare il paradiso

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Incontro fotoGigliola Alfaro

È giusto dividere il mondo in buoni e cattivi? Davvero sono così diversi gli uni dagli altri? Risolve qualcosa questa netta separazione? Partendo da queste riflessioni fra Fabio Scarsato, direttore editoriale de Il Messaggero di Sant’Antonio, ha raccontato, giovedì 6 ottobre, com’è nato il suo libro“Wanted. Esercizi spirituali francescani per ladri e briganti”(Edizioni Messaggero Padova). E lo ha fatto in un contesto particolare: la casa circondariale Regina Coeli, a Roma, rispondendo alle domande della giornalista Ritanna Armeni, alla presenza di monsignor Augusto Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma settore Sud, padre Vittorio Trani, cappellano del carcere, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, la direttrice di Regina Coeli, Silvana Sergi, un ristretto numero di giornalisti e una trentina di detenuti.

Tutti un po’ ladri. “Abbiamo bisogno di riscoprire che nessuno di noi è così bravo da non essere anche un po’ ladro – ha spiegato fra Scarsato -. Questo libro vuole essere una scommessa in un anno che Papa Francesco ci ha invitato a vivere in misericordia”. L’interrogativo, allora, è:

“La misericordia di Dio è così grande da arrivare fino all’ultima fila, dove ci sono i briganti?”. La risposta è positiva.

Anzi, è proprio la misericordia, quando tocca davvero il cuore dell’uomo, anche il più malfattore, a compiere il miracolo di trasformare il brigante in santo mostrando così che per ognuno di noi c’è sempre speranza. Non a caso il libro di fra Scarsato racconta dal buon ladrone crocifisso insieme a Gesù, storie e aneddoti di ladri, briganti, malfattori di vario genere, divenuti poi grandi amici di Dio e testimoni del suo amore.

Tre micidiali briganti. Significativa è la storia raccontata dal religioso nell’incontro a Regina Coeli e anche nel libro: all’epoca di San Francesco, a Montecasale, vicino Borgo Sansepolcro, c’era un eremo dove vivevano dei frati e anche “tre micidiali briganti”, i quali, un giorno, presi dalla fame chiesero ai primi di dar loro qualcosa da mangiare. Dopo il rifiuto, “i frati presero a interrogarsi se avessero fatto bene, ma, passato di lì il Poverello di Assisi li invitò a procurarsi prima pane e vino e poi anche cacio e uova e andare a cercare i briganti nel bosco per offrire queste buone cibarie”. Solo alla fine, ha ricordato fra Scarsato, San Francesco fa chiedere “se i briganti possono aiutare i frati a trasportare un po’ di legno per riscaldarsi d’inverno”.In questo modo, il Santo patrono d’Italia “non solo ha convertito il cuore dei frati nel relazionarsi ai malfattori”, ma “ha ridato dignità anche ai tre briganti, mostrando che anche loro sono portatori di bene”.D’altra parte, per San Francesco “tutto appartiene a Dio e a Lui dobbiamo il rendimento di grazia per ogni cosa”. Ecco, allora,

“dove sta la nostra vocazione al furto, il nostro capo d’imputazione: quando non restituiamo tutto a Dio”,

anche attraverso “la restituzione concreta” ai nostri fratelli di ciò che abbiamo avuto in dono da Dio.

Cammino di liberazione. La storia dell’umanità, ha sottolineato fra Scarsato, è iniziata “con un furto, quando Adamo ed Eva disobbediscono a Dio, mangiando la mela”.Ma, in quel momento, “sono iniziati i nostri guai o, piuttosto, il nostro cammino di liberazione? Grazie a quel furto gli uomini hanno capito che possono stare di fronte a Dio con tutta la loro umanità e fragilità. E Dio stesso ha iniziato ad amare l’uomo, anche se non è buono: la misericordia è spiazzante perché arriva a noi sebbene non la meritiamo”.E se con Adamo ed Eva il furto diventa un’arte degradata, con il cosiddetto buon ladrone viene nobilitata, perché addirittura, sulla croce accanto a Gesù, Disma o Tito, i nomi con cui viene ricordato dalla tradizione il buon ladrone, realizza il suo “colpo” più grande: “rubare il paradiso”.

“È l’unico cristiano canonizzato direttamente da Gesù”,

ha osservato il direttore de “Il Messaggero di Sant’Antonio”. La storia del buon ladrone “mostra fino a che punto può arrivare la misericordia di Dio, ma noi ci apriamo ad essa? Se siamo veramente toccati dalla misericordia ma non possiamo restare indifferenti”.

La cappellina della misericordia. “Trattare bene i detenuti conviene: se in carcere facciamo iniezioni di umanità, non solo faremo un’opera di misericordia, ma abbasseremo anche il tasso di recidiva e così risparmieremo”, ha sostenuto nel suo intervento Patrizio Gonnella. “La misericordia non è buonismo, ma un coinvolgimento del cuore. L’anno della misericordia è l’anno della revisione di vita”, ha affermato monsignor Augusto Paolo Lojudice. Prima della presentazione del libro padre Vittorio Trani ha mostrato

la cappellina inaugurata in occasione del Giubileo della Misericordia, in quello che era un magazzino.

La cappella resterà anche dopo la fine dell’Anno santo straordinario: quando a fine Ottocento fu costruita la casa circondariale di Regina Coeli, infatti, non fu adibito nessun locale a quell’uso. Per la Messa domenicale ci si riunisce ancora nella Rotonda, resa nota, attraverso le immagini, dalle visite di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

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