Il Papa e la Cina: andata e ritorno

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Zenit

Dalla Cina – tramite la Fondazione cinese per la tutela della Biodiversità e lo sviluppo verde (China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation) – è giunta a Papa Francesco come dono la riproduzione su un drappo di seta la scritta della Stele di Xi’an, come lo stesso Pontefice ha affermato recentemente: «Il Presidente cinese mi ha inviato un regalo. Ci sono buone relazioni». Il testo è la testimonianza più antica della presenza cristiana in terra di Cina essendo stata incisa nel 781 e quindi mostra che il cristianesimo in Cina è giunto ben prima del colonialismo dei regni delle moderne potenze come è avvenuto qualche secolo dopo nel caso di Giovanni da Montecorvino primo vescovo in terra di Cina (cfr. G. Buffon,Khambaliq. Profili storiografici intorno al cristianesimo in Cina dal medioevo all’età contemporanea (XIII-XIX sec.), Roma 2014). Il suo ritrovamento nel Seicento ebbe un particolare significato come ha spiegato Matteo Nicolini-Zani in un articolo appena apparso nella rivista Antonianum di cui riproduciamo alcuni brani.

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La fortuita scoperta nel 1623/1625 della cosiddetta “stele nestoriana di Xi’an” […] fu un evento straordinario per la missione cattolica nella Cina di fine epoca Ming (1368-1644) e inizio epoca Qing (1644-1911). Quest’epigrafe rappresentava infatti la prima testimonianza di un’inequivocabile presenza di comunità cristiane siro-orientali nella Cina della dinastia Tang (618-907) tra il 635 e il 781, anno dell’erezione della stele. [… Il] francescano spagnolo Antonio de Santa María Caballero (1602-1669) [scrive]: “in questo regno della Cina la venerazione per il segno della croce non era cosa nuova, poiché già mille anni fa questa santa croce e questa legge di Cristo crocifisso fu predicata e diffusa in tutta la Cina, con l’approvazione universale di tutto il popolo e degli stessi re, magistrati e grandi uomini di quel tempo, essendo quelli gli anni dal 636 al 781 a nativitate Christi, al cui tempo questa santa legge e dottrina della santa croce fu accolta in questo regno, insieme a molte e ampie chiese, con sacerdoti e vescovi, eccetera. Come testimonianza evidente di tutto ciò [i padri] mostrarono un calco sinice con due croci impresse, ricavato da una meravigliosa lapide che oggi si trova in un terreno nella provincia di Xensi [Shaanxi], extra muros della metropoli chiamata Siganfu [Xi’an fu], vicino a questa città; nel capitello della lapide si trova, ben scolpita, una grande croce nella forma di quella dell’abito dei cavalieri di Malta, adagiata su nuvole. Sulla superficie della lastra o lapide è scolpita, in elegante stile cinese, tutta la sostanza del Simbolo [di fede] che recitiamo ogni giorno, eccetto il mistero della resurrezione di Cristo nostro Signore e della nostra universale [resurrezione]. Per il resto non manca nulla, iniziando con stile proprio a narrare la creazione del mondo a partire dal nulla, il mistero trino e uno e così via, l’incarnazione, e dicendo chiaramente che la redenzione del mondo è stata universale, superexcessiva, e senza restrizione né limiti”.

Questa la voce, dai toni assai positivi, di un francescano riguardo al contenuto teologico della stele, a circa quarant’anni dalla sua scoperta. Poco più di settant’anni dopo questa voce, quella di un altro francescano, Carlo di Orazio da Castorano (Kang Hezhi 康和之, 1673-1755), missionario in Cina per trentatré anni, presenta toni di tutt’altro tenore. […] La sua Versio Monumenti seu Lapidis Sinici, redatta da frate Carlo nel 1741 a Roma, si presenta dunque come un documento di estremo interesse […]. Annotazione finale (8 righe, pp. 612-613), in cui si esplicita l’identità del traduttore, le modalità della traduzione, il luogo e la data in cui fu scritta: “Io, Carlo di Orazio da Castorano, frate dell’osservanza regolare del santo padre Francesco, missionario in Cina per più di trentatré anni, vicario generale nella diocesi di Pechino, e in seguito delegato apostolico nella medesima diocesi, etc., ho tradotto fedelmente [il testo] in idioma latino dalla lingua e dai caratteri cinesi, sulla base di un foglio di carta impresso sulla lastra di pietra originale stessa. Scritto di propria mano a Roma, presso l’Aracœli, il giorno 14 del mese di luglio dell’anno del Signore 1741”. […]

In sintesi e a conclusione, entrambe le letture interpretative della stele di Xi’an – quella gesuita di Boym e Kircher, e quella francescana di Carlo da Castorano – si trovano di fronte alla questione di come gestire l’ambiguità e la polisemia della lingua cinese, dietro o, meglio, dentro le quali si celavano visioni cosmogoniche, antropologiche e religiose diverse da quelle occidentali e cristiane; quell’ambiguità e quella polisemia che Adam/Jingjing 景淨, l’autore dell’iscrizione del 781, non aveva esitato ad assumere, insieme ai rischi e alle opportunità ad esse connessi.

Tuttavia, tra i due approcci – quello francescano e quello gesuita – vi è un’essenziale differenza di gestione di quel linguaggio, di quel testo. Mi sembra di poter formulare così questa differenza sostanziale: l’approccio gesuita utilizza parzialmente quell’ambiguità e polisemia come possibilità di una formulazione altra, dal punto di vista linguistico e culturale, di uno stesso contenuto di fede, forzando impercettibilmente dall’interno quell’ambiguità e adattandola al messaggio da veicolare; l’approccio francescano percepisce invece l’ambiguità linguistica come pericolosa e dunque si rifiuta anche solo di gestirla, non ritrovandovi l’esatta formulazione del contenuto che si aspettava; non la manipola “astutamente” dall’interno ma, pur lasciandola formalmente intatta, la accompagna – e di fatto, dunque, la sostituisce – con una formulazione più corretta dell’originale, che meglio trasmetta la presunta, vera intenzione originale dell’autore. Anche in questo si riflette, forse, la più generale differenza di approccio alla cultura cinese tra i due ordini di cui i nostri erano esimi rappresentanti.

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