Investire nei Paesi in via di sviluppo?

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MondoDi Luigi Crimella

E’ possibile guardare all’Africa e ai Paesi in via di sviluppo in genere con una prospettiva che sia diversa dalla domanda che angoscia oggi l’Occidente: quanti migranti ci arriveranno da lì nei prossimi mesi? La risposta è “sì”, ma soltanto assumendo una prospettiva diversa, innovativa, simile a quella che ha mosso negli ultimi due o tre secoli migliaia di missionari e missionarie a dirigere verso Africa, Asia, Americhe per annunciare il Vangelo. I problemi c’erano allora, come ci sono oggi. La Chiesa si inventò l’apostolato di frontiera, le cosiddette missioni “ad gentes”, ed ecco che il cristianesimo si è diffuso un po’ dovunque.Analogamente, oggi, di fronte a sfide economiche e sociali epocali, in testa a tutte quella delle grandi migrazioni, la risposta dovrebbe essere analoga: andare là dove ci sono i problemi portando soluzioni.Una analisi in questo senso, rivolta all’Africa e alle iniziative di investimento, l’ha fatta Ernst&Young, società di revisione contabile e consulenza aziendale mondiale. Ha stilato un report dal titolo “Staying the course, despite a relative economic slow down”, cioé mantenere la rotta nonostante un rallentamento economico diffuso (sito internet ). Nella ricerca si analizzano gli investimenti diretti all’estero (Ide) da parte delle imprese di tutti i continenti, concentrandosi su quelli più rilevanti rivolti all’Africa. La scelta non è casuale perché da un lato l’Africa rimane il continente più povero del mondo, con ampie fasce di paesi a bassissima intensità di sviluppo industriale e tecnologico. Dall’altro lato la stessa Africa è oggetto almeno da un paio di decenni di pressanti “attenzioni” da parte di multinazionali europee e statunitensi, nonché di imprese soprattutto cinesi e indiane, a caccia di zone industrialmente vergini dove insediarsi, estrarre, produrre e conquistare posizioni dominanti. La ricerca di Ernst&Young mette in luce in particolare gli investimenti produttivi, quelli ufficiali, e le sorprese non mancano, anche per noi italiani.

Il primato italiano per ammontare (7,4 miliardi). Dal rapporto si scopre che lo scorso anno (2015 su 2014) gli investimenti all’estero sono calati, nel mondo, del 5%, ma – curiosamente – quelli verso l’Africa sono invece aumentati del 7%. Il bilancio 2015 è stato infatti di ben 71,3 miliardi di dollari di investimenti verso il Continente Nero, rispetto a una media annua negli ultimi cinque anni che era stata di 68 miliardi. Una buona notizia, quindi, purtroppo però non per tutti i paesi africani: ne hanno beneficiato specialmente l’Africa meridionale, alcuni stati del nord, in parte la zona orientale, mentre penalizzata è stata l’area centrale con appena il 2,3% degli investimenti effettuati. Si spiega anche così il fatto che molti dei giovani migranti sui “barconi” vengono proprio da quei paesi, la cosiddetta fascia sub-sahariana, che sono tra i più poveri al mondo. La fotografia degli stati investitori vede una graduatoria per numero di progetti a fianco dei quali ci sono gli importi monetari investiti. Al primo posto gli Usa, con 96 progetti e 6,9 miliardi di dollari. Seguono il Regno Unito (77 progetti e 4,9 miliardi), la Francia, Uae (Emirati Arabi Uniti) e quindi India, Germania, Sudafrica, Cina, Svizzera fino ad arrivare alla nostra Italia con 16 progetti. Ma qui viene la sorpresa:

il nostro Paese è all’undicesimo posto per numero di interventi ma al primo posto per quantità di denaro investito, vale a dire ben 7,4 miliardi di dollari.

La spiegazione di questo primato è semplice: il grosso degli investimenti italiani viene dalla società Eni (6 miliardi sui 7,4 totali), per via di un progetto di ricerca di gas in territorio egiziano. Comunque gli altri progetti italiani hanno riguardato le energie rinnovabili, beni di consumo di base (di cui l’Africa ha grande bisogno), infrastrutture, produzioni meccaniche ecc.

Investire dove partono i flussi migratori. Gli analisti di Ernst&Young sottolineano che l’Africa è terreno ricettivo, perché desideroso di crescere e di aumentare il benessere di popolazioni per secoli in posizione molto distante dal cammino dello sviluppo industriale occidentale. Serve praticamente tutto: dai beni di base, come l’acqua, le condutture, le ferrovie, le linee elettriche, le case, i servizi scolastici, sanitari, finanziari, tecnologici, fino alle più raffinate imprese del terziario avanzato (che da noi si chiamano “Industria 4.0”), vale a dire l’internet delle cose, le reti neurali, le smart-cities, il cloud.Non mancano le buone notizie, comunque: la soglia della povertà nel mondo è caduta da 1,9 miliardi di poveri assoluti di dieci anni fa agli attuali 836 milioni, molti dei quali sono proprio in Africa.Eni, il nostro “cane a sei zampe”, ha addirittura svolto un seminario di approfondimento (con lo Studio Ambrosetti) sostenendo che l’Europa deve investire principalmente proprio nei paesi da dove partono i flussi migratori, per creare sviluppo e pian piano fermare il fenomeno. Il tutto all’insegna di una energia sempre più “green”, cioé basata sulle fonti rinnovabili. Del resto il premio Nobel per l’economia Angus Deaton, intervenuto recentemente a Roma a un convegno su “verso un’economia più umana e giusta”, ha sostenuto che occorre superare il capitalismo “clientelare” (che specie in Africa appoggia i dittatori e dittatorelli locali per avere le loro commesse). Gli interventi sempre più massicci di realtà quali la Banca Mondiale, la Banca Europea per gli Investimenti, i diversi organismi Onu, la Unione Europea e così via lasciano ben sperare. E noi, in Italia, per una volta, dobbiamo essere lieti perché nel bilancio degli investimenti diretti in Africa anno 2015 siamo stati in testa per valore monetario investito.

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