La stampella, tante barriere e tre Samaritani: un viaggio in treno fra indifferenza e impreviste cortesie

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assistenza-disabiliDi Gianni Borsa

Provare per credere. Chissà quante volte abbiamo letto articoli di denuncia o reportage giornalistici sulle barriere architettoniche che rendono difficile la vita delle persone disabili, degli anziani, di mamme e papà semplicemente intenti a spingere passeggini. Con l’aggiunta delle “barriere psicologiche” e degli sguardi di traverso che, volenti o nolenti, rendono ancora più in salita la vita di chi fa i conti con un qualunque handicap.
Eppure succede anche al cronista claudicante – e temporaneamente costretto ad appoggiarsi a una stampella – dover fare un viaggio in treno spostandosi dalla periferia di Milano a Roma. E così si fanno i conti con le montagne russe delle metropolitane ambrosiane e capitoline, con i su e giù delle stazioni ferroviarie (Centrale e Termini), con gli slalom per cercare marciapiedi a norma, scivoli, scale mobili, attraversamenti pedonali. Può diventare un’impresa anche bere un caffè al bar oppure salire sul treno dopo aver raggiunto un binario non proprio a portata di mano.
Nel giro di poche ore il taccuino si riempie di aneddoti. Qualche volta ci scappa un sorriso, in altri casi montano irritazione e dispiacere…
Prima di arrivare in Centrale a Milano da una cittadina dell’hinterland, salgo, non senza fatica, su un treno regionale. È mattina e – vitaccia da pendolari – non c’è un posto neanche a pagarlo oro! Nel vagone ci sono, a occhio e croce, almeno 50/60 posti, tutti occupati. Ma il tipo coi capelli brizzolati, lo zaino sulle spalle, la valigia e la stampella evidentemente non induce a gesti di cortesia.

Il viaggio prosegue così per un po’, finché dal fondo del vagone una ragazza esile e cortese incrocia il mio sguardo e pronuncia la frase fatidica: “prego, si sieda qui”.

Mi si apre il cuore. Il mix “persona di una certa età” e “soggetto che fatica a deambulare” deve aver fatto scattare la molla della gentilezza. Le sorrido.
Proseguo il viaggio fino al capoluogo. Qui cerco di risalire dal “passante” (treno urbano sotterraneo) in superficie, nei pressi di piazza Repubblica. Una scala mobile, una seconda scala mobile, e poi? L’ultimo tratto per sbucare all’aria aperta va percorso salendo una lunga scalinata. Fra prudenza e buona lena avanzo un gradino per volta, zoppicando, trascinando la valigia, puntando la stampella, forse ansimando… Mi passano accanto decine e decine di persone. Sarebbe forse lecito attendersi un “posso aiutarla?” o un “vuole una mano?”. Nisba.

A un tratto dall’alto della scalinata mi vede un mendicante: non più giovane, probabilmente magrebino o mediorientale. Non parla bene l’italiano, ma si fa capire: venutomi incontro, solleva la valigia e la porta fino in cima ai gradini.

Poi resta di guardia al borsone. Accetta un grazie che ricambia con una sorta di inchino. Mi commuovo.
Infine arrivo in stazione. Per l’accesso ai binari occorre superare il controllo-biglietti. Mi metto in coda: quando arriva il mio turno, mi supera da destra una signora bionda e slanciata, molto molto elegante, che tiene il cellulare all’orecchio. Giunta al controllo scandisce verso gli addetti: “passo perché sono al telefono”. Il giovane controllore, superato il primo attimo di sorpresa, alza la voce e intima: “torni indietro!”. La “vip” alza l’occhiale scuro (quasi a dire: ma hai visto chi sono?) e replica: “ho fretta”. Per nulla intimorito dalla nota presentatrice televisiva che gli si para dinanzi, e fingendo sornione di non riconoscerla, l’addetto in divisa afferma con decisione:

“le ho detto di tornare indietro. Si metta da parte, faccia passare il signore (sarei io, ndr.), e mostri il biglietto”.

Gongolo.
Fra i tanti “distratti” ho incontrato tre Samaritani con le sembianze di una ragazza, di un senzatetto e di un giovane che sa fare il suo mestiere.
Finalmente la giornata e il viaggio si mettono per il verso giusto.

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