Papa: “No ai profeti di sventura, che inquinano il mondo di negatività”

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PAPA FRANCESCO

ZENIT – di LUCA MARCOLIVIO

Il punto essenziale della nostra fede è conservare il “comandamento”. Lo ha ricordato papa Francesco ai catechisti nel giorno del Giubileo loro dedicato. Celebrando messa in piazza San Pietro, il Pontefice ha fatto riferimento innanzitutto alla Prima Lettura di oggi (cfr 1Tm 6,14), in cui San Paolo sottolinea il “primo annuncio”, ovvero: “il Signore Gesù è risorto, il Signore Gesù ti ama, per te ha dato la sua vita; risorto e vivo, ti sta accanto e ti attende ogni giorno”.

Un principio, rispetto al quale, ha aggiunto il Santo Padre “non ci sono contenuti più importanti, nulla è più solido e attuale”. Se l’annuncio cristiano si svincola dalla Resurrezione, “perde senso e forza”.

Al ‘comandamento’ di San Paolo, si affianca il “comandamento nuovo” di Gesù menzionato nel Vangelo di Giovanni: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Dio, quindi, si annuncia agli altri “non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale” ma principalmente nell’amore.

Poiché “il Signore non è un’idea, ma una Persona viva – ha spiegato il Papa – il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia”.

È impossibile parlare bene di Gesù “quando si è tristi”, né è sufficiente trasmettere la “bellezza di Dio”, facendo “belle prediche”. È essenziale vivere il “Vangelo della carità”, senza paura di testimoniarlo con “forme nuove di annuncio”.

Anche il Vangelo odierno (Lc 16,19-31) fa luce sull’essenza del messaggio cristiano: in realtà, il ricco Epulone della celebre parabola “non fa del male a nessuno, non si dice che è cattivo”, tuttavia “soffre di una forte cecità, perché non riesce a guardare al di là del suo mondo, fatto di banchetti e bei vestiti”. È indifferente alla sofferenza di Lazzaro, perché “nel suo cuore è entrata la mondanità che anestetizza l’anima”; come un “buco nero” che “ingoia il bene, che spegne l’amore, perché fagocita tutto nel proprio io”.

Questa “cecità”, conduce a comportamenti “strabici”, a guardare “con riverenza” le persone famose, di alto rango, ammirate dal mondo”, mentre “distoglie lo sguardo dai tanti Lazzaro di oggi, dai poveri e dai sofferenti che sono i prediletti del Signore”.

Lazzaro – unico personaggio delle parabole chiamato con il suo nome, che significa “Dio aiuta” – è dimenticato dagli uomini ma non da Dio che “lo accoglierà nel banchetto del suo Regno, insieme ad Abramo, in una ricca comunione di affetti”. Al contrario, il ricco che “nella parabola non ha neppure un nome”, finisce nell’oblio, perché “chi vive per sé non fa la storia” e “l’insensibilità di oggi scava abissi invalicabili per sempre”.

La parabola odierna, ha osservato Francesco, presenta anche un altro aspetto rilevante: il ricco “anche da morto insiste per essere aiutato e pretende i suoi interessi”, mentre Lazzaro vive la sua povertà “con grande dignità”, senza “lamenti, proteste o parole di disprezzo”.

Un discorso attuale, dunque: “come servitori della parola di Gesù siamo chiamati a non ostentare apparenza e a non ricercare gloria; nemmeno possiamo essere tristi e lamentosi”, ha affermato il Pontefice.

“Non siamo profeti di sventura – ha proseguito – che si compiacciono di scovare pericoli o de­viazioni; non gente che si trincera nei propri ambienti, emettendo giudizi amari sulla società, sulla Chiesa, su tutto e tutti, inquinando il mondo di negatività. Lo scetticismo lamentevole non appartiene a chi è familiare con la Parola di Dio”.

Dinnanzi ai tanti Lazzaro di oggi, “siamo chiamati a inquietarci, a trovare vie per incontrare e aiutare, senza delegare sempre ad altri o dire: ‘ti aiuterò domani’”, perché il tempo donato a Gesù “è il nostro tesoro in cielo, che ci procuriamo qui sulla terra”.

Nella sua preghiera conclusiva papa Francesco ha invocato per la Chiesa “la forza di vivere e annunciare il comandamento dell’amore, superando la cecità dell’apparenza e le tristezze mondane”, unitamente alla sensibilità per i poveri “che non sono un’appendice del Vangelo, ma una pagina centrale, sempre aperta davanti a noi”.

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