Con Fuocoammare uno sguardo forte ed etico sul mondo che ci circonda

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Paola Dalla Torre

Sarà “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi a rappresentare l’Italia per le nomination nella categoria Miglior film straniero per gli Oscar 2017. Il 24 gennaio prossimo sapremo se il documentario girato dal nostro regista sarà entrato o meno nella cinquina dei titoli che si contenderà l’ambita statuetta nella notte del 26 febbraio.
Per ora la pellicola di Rosi ha già battuto la concorrenza di altri film di successo come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Perfetti sconosciuti” e “Suburr”a. La scelta della Commissione di Selezione istituita dall’Anica (e al cui interno troviamo, fra l’altro, il regista Premio Oscar Paolo Sorrentino) sembra, così, voler dare un’indicazione precisa:

si vuole promuovere un cinema italiano di qualità e attento al presente e capace di affermare uno sguardo forte ed etico sul mondo che ci circonda.

La pellicola di Rosi possiede, infatti, tutti questi elementi. Il certificato di qualità estetica gli è già stato assegnato dal premio dell’Orso d’oro al Festival di Berlino. L’attenzione alla realtà è determinata dal suo essere un documentario e, dunque, per sua stessa natura il genere per eccellenza della realtà e della verità. Lo sguardo etico lo ritroviamo nella scelta del tema da trattare, quello dell’immigrazione, con un occhio inclusivo e d’apertura. La pellicola, infatti, è girata interamente nell’isola di Lampedusa e racconta le giornate quotidiane di chi vive da sempre sull’isola e di chi ci arriva, con la speranza di costruirsi un futuro che altrove sembra essergli negato. Seguiamo le storie di tre lampedusani e attraverso i loro occhi il dramma di chi deve lasciare la propria terra spinto dalla guerra, dalla povertà, dalla persecuzione. C’è Samuele, un ragazzino che ha 12 anni, va a scuola, ama tirare con la fionda e andare a caccia. Poi c’è il deejay della radio locale che tra una richiesta di canzone e l’altra dà le notizie e racconta dei per lo più tragici sbarchi. Infine c’è il vero eroe del film: il dottor Pietro Bartolo, direttore sanitario dell’Asl locale, che da trent’anni cura i lampedusani e da quasi altrettanti assiste a ogni singolo sbarco. Come ha detto il regista, proprio “Bartolo è riuscito a trasmette con le sue parole, la sua umanità, la sua immensa serenità, il senso della tragedia e il dovere del soccorso e dell’accoglienza”. Le immagini del film di Rosi sembrano fare da eco alle tante parole di Papa Francesco sui migranti e sull’atteggiamento che ognuno di noi e l’Europa, a livello di politiche comunitarie, dovrebbe adottare: quello dell’apertura, dell’ospitalità, della condivisione, perché il Mediterraneo non sia più un “cimitero di migranti” ma torni ad essere la culla, come è sempre stato, di un fecondo incontro tra popoli differenti.

Il film di Rosi racconta tutto questo, ridando dignità alla figura di chi si è dovuto mettere in viaggio e invitandoci a costruire ponti e non muri.
La scelta di portarlo alla candidatura è, perciò, a nostro avviso, un bel segnale perché riconosce al cinema la necessità di essere, oltre che un mezzo d’intrattenimento, anche uno strumento capace di riflettere sulle grandi problematiche che riguardano la società e di farci porre domande sulla nostra umanità. Con uno sguardo fortemente morale.

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