I numeri della vita religiosa a 50 anni dal Concilio. Perché la crisi non è ancora alle spalle

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vocazioni

di Riccardo Benotti

Che la vita religiosa attraversasse un periodo di difficoltà era cosa nota. Ma leggere le cifre che raccontano gli ultimi cinquant’anni di Chiesa professa, pone seri interrogativi sulla tenuta di un progetto di vita consacrata nel terzo millennio. Quando Paolo VI chiude il Concilio Vaticano II nel 1965, i religiosi sono al massimo del fulgore. I membri degli Istituti maschili sono a quota 329.799, le donne sfiorano il milione (961.264). Sono gli anni in cui i religiosi danno esempio dell’universalità della Chiesa, sono presenti nei luoghi di missione sparsi per il mondo, non temono di confrontarsi con le ostilità degli Stati laici e incarnano l’impulso alla missione e all’incontro dei popoli. L’Europa ha già perso l’esclusiva della vita consacrata mentre le Americhe, in particolare gli Stati Uniti, si popolano di tonache e veli. Il tempo della prosperità, però, è agli sgoccioli. Appena un decennio dopo, i religiosi sono già scesi del 18,51 per cento (-61.053) e le religiose del 9,72 per cento (-93.491). Da allora ad oggi, la tendenza non si è ancora invertita.

La recezione del Concilio e l’inizio del crollo. A fornire una spiegazione del calo drammatico che si è avviato a partire del 1965 è il claretiano Angel Pardilla, che nel recente volume “La realtà della vita religiosa” (Lev) traccia un bilancio fondato sui numeri da lui raccolti in anni di lavoro e offre spunti di riflessione. P. Pardilla imputa alla cattiva recezione del Vaticano II il motivo principale di allontanamento, perché la “mancanza di una chiara identità positiva” ha di fatto posto la consacrazione a livello pari (o inferiore) di qualsiasi altra scelta di vita. In questo senso, aggiunge, la rilettura del Concilio è decisiva per una “migliore pastorale vocazionale e una più efficace medicina preventiva contro gli abbandoni”. Considerando le Congregazioni già esistenti e quelle sorte in seguito,il calo dei membri degli Istituti maschili dal 1965 al 2015 è pari al 39,58 per cento (199.254, -130.545). Per le donne, invece, la diminuzione è analoga quanto a incidenza (532.436, -44,61 per cento) ma dolorosamente più consistente come numero complessivo, lambendo il mezzo milione di persone (-428.828). Il trend, inoltre, non è perfettamente sovrapponibile per le due categorie.

La situazione delle Congregazioni maschili. L’impatto destabilizzante del primo decennio si è andato lentamente stabilizzando per gli Istituti maschili (214). Dal 1975 al 1985 si è registrato un decremento del 7,77 per cento (-25.637), dal 1985 al 1995 del 4,58 per cento (-15.129), dal 1995 al 2005 del 3,96 per cento (-13.077), per poi tornare a salire dal 2005 al 2015 del 4,74 per cento (-15.649). A subire il danno maggiore è stato il gruppo delle Congregazioni laicali, sceso in cinquant’anni da 49.002 membri – al terzo posto dopo le Congregazioni clericali e i mendicanti – a 16.378 (-66,63 per cento). Per comprendere il contesto, basti pensare che durante il primo quarantennio post-conciliare le Congregazioni clericali o sacerdotali si sono contratte mediamente del 24,58 per cento.

Tra gli Istituti che guidano la classifica di membri al 2015, i gesuiti si posizionano al primo posto (16.740) nonostante le loro fila si siano più che dimezzate dal 1965 (-53,54 per cento). A seguire: salesiani (15.270, -30,72 per cento), frati minori (13.632, -49,52 per cento), frati cappuccini (10.598, -33,08 per cento) e benedettini confederati (6.970, -42,25 per cento).

Tra i pochi ad essere cresciuti nei primi venti, risultano i verbiti (6.032, +4,48 per cento) e i carmelitani della Beata Vergine Maria Immacolata (2.544, +147,47 per cento).

Le donne e la recrudescenza della crisi. Il totale degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica femminili (1.402) è quasi il settuplo di quelli maschili. Tastarne il polso, dunque, è compito difficile per quantità e varietà. Il calo nel corso del primi tre decenni è andato affievolendosi e ha toccato i minimi nel 1995 (-6,77 per cento). L’emorragia, però, è ripresa a partire dal 2005 (-8,25 per cento) e ha toccato il picco storico nel 2015 (-10,53 per cento).

È significativo notare che gli Istituti con più di mille religiose erano 240 alla chiusura del Concilio, mentre oggi si sono ridotti a 98. Rispetto al computo complessivo, sono 1.132 le Congregazioni con meno di 500 membri (80 per cento) e 418 con meno di cento membri (30 per cento).

Alle prime cinque posizioni degli Istituti più numerosi: Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli (16.179, -64,08 per cento), Figlie di Maria Ausiliatrice (13.057, -30,42 per cento), carmelitane scalze (10.504, -5,15 per cento), clarisse francescane (7.168, +105,09 per cento), clarisse (6.686, -33,27 per cento). Il gruppo che è cresciuto maggiormente, anche in ragione della recente erezione e della figura carismatica della fondatrice, è quello delle Missionarie della Carità-Suore di Madre Teresa.

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