Da schiava yazida ad ambasciatrice Onu. La storia di Nadia

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NadiaZenit
È una storia di riscatto quella di Nadia Murad Basee Taha, la ragazza yazida per tre mesi schiava del sedicente Stato Islamico (Is), nominata ieri nuova ambasciatrice di “buona volontà” delle Nazioni Unite per seguire da vicino il vertice su rifugiati e migranti, che prende il via domani 19 settembre nell’ambito dell’assemblea generale di New York.
La nomina della giovane yazida – riferisce L’Osservatore Romano – è avvenuta in occasione della Giornata internazionale della Pace, durante  la cerimonia con cui ambasciatori e testimonial hanno voluto chiedere gesti concreti ai membri dell’Onu per i 65 milioni di persone in fuga da violenze e persecuzioni.
“Ambasciatrice di buona volontà per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani” è il titolo conferito a Nadia, che, nell’agosto 2015, dopo la caduta di Sinjar, la patria yazida nel nord dell’Iraq, era stata rapita dai jihadisti insieme ad altri cinquemila yazidi, di cui la maggior parte donne.
Gran parte di queste rapite sono state stuprate e vendute come schiave del sesso. Tra loro anche Nadia che però è riuscita a fuggire e ha raccontato, in seguito, la sua storia di violenze subite per denunciare la sorte di tante donne della minoranza yazida o comunque vittime dell’Isis.
Ora la ragazza, insieme ad altri ambasciatori Onu di buona volontà e personaggi noti, chiede che l’appuntamento di domani a New York possa registrare passi in avanti per salvare tutte le persone che fuggono da violenze nel mondo. Ieri ad una cerimonia di sensibilizzazione hanno preso parte attori, cantanti, modelle, che a diverso titolo sostengono l’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), accanto ad Alek, una donna fuggita dal Sud Sudan e rifugiatasi in Gran Bretagna. Il loro appello si aggiunge ad altre manifestazioni di sensibilizzazione.
Tra le varie iniziative – informa sempre il quotidiano vaticano – si segnala quella che si è svolta a Brooklyn, dove una spiaggia con vista su Manhattan è stata trasformata in una distesa di centinaia di giubbotti di salvataggio indossati dai migranti, simbolo che rimanda al dramma di chi rischia la vita in mare per raggiungere l’Europa.

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