Produrre e ri-produrre non è mai generare

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laboratorioDi Maurizio Calipari

Riprodursi senza “procreare”. Ovviamente, “in vitro” (cioè in laboratorio). Sembra che ormai sia questo l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi per gli scienziati che si occupano del settore. E fioriscono modalità e vie alternative, immaginate e sperimentate, con una fantasia che non ha limiti (se non quelli tecnici).
L’ultima trovata – pubblicata qualche giorno fa sull’accreditata rivista Nature Communication – ad opera di un gruppo di ricerca dell’università britannica di Bath, che è riuscita nell’impresa di far nascere, per la prima volta al mondo, dei topini sani (con un tasso di successo del 24%), attraverso una complicata manovra manipolatoria, a livello cellulare, che esclude ogni forma di fecondazione (una sorta di “partenogenesi” al maschile). “Un altro successo della scienza!”, è stato detto.
Già, ma… “successo” in che senso? Certamente, si tratta di un’ulteriore acquisizione di abilità tecniche; probabilmente, l’esperimento permetterà di aggiungere nuove conoscenze sulle prime fasi dello sviluppo embrionale e, forse, in prospettiva, anche di sviluppare possibili terapie per l’infertilità. Tutte cose buone ed utili.

Ma cosa hanno a che fare queste nuove tecniche riproduttive con la generazione di un essere umano?

Perché una cosa è “ri-produrre” in laboratorio dei topini, facendo i salti di gioia perché si è riusciti nell’intento inventando vie nuove, del tutto sconosciute alla natura. Altro è immaginare in futuro di applicare al genere umano queste stesse manovre. E sì, perché è questo l’obiettivo dichiarato dei ricercatori.
Non è certo la novità scientifica in sé che “scandalizza”, né la voglia d’imporre pregiudiziali limiti alla ricerca che ci fa “stracciare le vesti”. Niente di tutto questo.
Ciò che suscita interrogativi e preoccupazioni, piuttosto, è la sensazione di mancanza di senso che avvolge queste ricerche. E ancor di più, la mancanza di domanda di senso.Possibile che nessuno dei ricercatori interessati si chieda, al di là della fattibilità tecnica, che significato abbia l’ipotesi di generare un essere umano in modi così estranei alla natura, totalmente artificiali e, per di più, totalmente avulsi dalla diade “uomo-donna”, persino a livello cellulare?
Sulla stampa, in questi giorni, tra i tanti commenti, è apparso a proposito il commento di uno scienziato che affermava: “Così è stato abbattuto un altro tabù”, riferendosi alla frantumazione del limite finora costituito dalla necessità – in modi vari – di un ovulo e uno spermatozoo perché avvenga la fecondazione.
Ma allora – viene da chiedersi – si riduce a questo la logica della scienza moderna? Abbattere tabù? E’ dunque ormai una sorta di sfida con se stessi, per chi arriva più lontano? Tutto qui? Non conta più il “perché” della ricerca?Eppure, nel nobile e irrinunciabile compito, spesso faticoso, di accrescere la propria conoscenza, l’essere umano non dovrebbe mai dimenticare di essere lui stesso il protagonista e il fine ultimo. Apprendere qualcosa in più su ciò che siamo o che ci circonda, in fondo, è fare un piccolo passo in avanti verso la verità, è avanzare verso una maggiore consapevolezza della preziosità della persona umana e dell’esistente, è crescere nella percezione dell’armonia globale dell’universo. Tutto ciò lo fa l’essere umano, grazie alle sue capacità e ai suoi doni.
Cari amici ricercatori, siete proprio sicuri di dover dedicare tanto tempo ed energie ad inventare nuovi modi per “produrre” vostri simili in laboratorio, forzando pesantemente le dinamiche della natura, senza neanche chiedervi come questo potrà incidere sulla loro storia ed identità? Forse, vale la pena di ripensarci.

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