Pecunia non olet… servizio pubblico dove sei?

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TVMassimiliano Padula

Pecunia non olet. È certamente così per Alberto, Camilla, Federico e Giovanni e forse anche per il milione di telespettatori che lunedì 12 settembre si è sintonizzato su Rai Due poco prima della mezzanotte, per guardare “Giovani Ricchi”. Si tratta di un docu-reality che racconta la vita di quattro giovanotti italiani, ricchi, anzi ricchissimi, e delle loro giornate tra automobili di lusso, vacanze da sogno, shopping compulsivo. Tutto naturalmente fotografato, filmato e condiviso sui social network. Come da manuale, le critiche non sono tardate ad arrivare. Da “è uno schiaffo alla miseria” fino “la Rai usa i soldi del canone in questo modo”, l’italietta opinionista ha triturato questo prodotto, etichettandolo indegno di un Servizio Pubblico che si rispetti.
Ebbene, c’è da operare dei distinguo. Da un punto di vista formale, il documentario curato da Alberto D’Onofrio, è ineccepibile. Come un antropologo navigato, l’autore ha radiografato uno spaccato di popolazione tanto surreale quanto veritiero: quella dei “Rich kids”, espressione ormai codificata per indicare quei ragazzi dal portafoglio rigonfio che vivono una vita di eccessi e la condividono su Instagram. La narrazione onesta e lineare potrebbe, quindi, permettere allo spettatore di comprendere serenamente l’inverosimiglianza di queste esistenze. Infatti,

tra automobili kitch dipinte d’oro o ricoperte di velluto fino a guardaroba con centinaia di vestiti e paia di scarpe (rigorosamente griffati), l’esistenza dei quattro è risultata per certi versi grottesca tra un’ostentazione di (finta) normalità e un’affermazione ricorrente del proprio status sociale.
Nello stesso tempo, è necessario chiedersi perché la Rai ha deciso di comprare un prodotto i cui contenuti non ne riflettono la mission, scimmiottando emittenti private che fanno del racconto di esistenze al limite l’ossatura della propria programmazione (come, ad esempio, Real Time). Le risposte potrebbero essere tante. Ciò che è certo è che le decisioni le prendono i direttori e capistruttura. Ilaria Dallatana è la nuova direttrice di Rete. Un passato nella galassia Mediaset, è stata una delle fondatrici e poi amministratrice delegata di Magnolia, casa di produzione che ha portato in Italia programmi come “L’isola dei famosi” e “Masterchef”. In un certo senso Magnolia ha contribuito a una rimodulazione del linguaggio televisivo. Prodotti come “Sos Tata, “Cucine da incubo”, “Ma come ti vesti?” (solo per citarne alcuni) hanno modificato il tradizionale legame tra spettatore e autorialità televisiva. Tutto è raccontabile, ogni esperienza di vita anche quella apparentemente più insignificante. La telecamera entra nelle case, nelle dinamiche familiari, nei gusti e nelle scelte personali, nei luoghi tradizionali di lavoro non solo per raccontarli ma per renderli modelli a cui ispirarsi. Quante volte ci siamo sentiti genitori inadeguati guardando i rimproveri di tata Lucia o siamo entrati in crisi per il nostro look non adatto ai tempi moderni?

Questa contemporaneità televisiva ha destrutturato ogni grado di separazione di ruoli, ha de-istituzionalizzato i contenuti, ha mescolato realtà e finzione in modo così sottile da catturare lo spettatore e riconfigurarne percezioni e legame col mezzo.
Tutto questo in nome di un tornaconto economico fondamentale in un’epoca in cui la televisione “tira” meno e in cui la creatività autoriale ha esaurito il suo carburante più pregiato. Programmi come “Giovani ricchi”, quindi, non creano meccanismi di emulazione ma normalizzano situazioni e contesti che normali e (in molti casi) reali non sono.

Il vero pericolo, quindi, è quello dell’omologazione e dell’assuefazione a mode ingannevoli, a tormentoni sterili, a personaggi stereotipati.

A una realtà inconsistente proposta da una televisione senza identità, indifferenziata e proiettata su logiche esclusivamente commerciali. In questo calderone la Rai non dovrebbe entrarci, anzi dovrebbe difendersi e difendere i suoi spettatori da queste derive. Se lo fa (come in questo e altri casi) sbaglia e si rende colpevole di un (dis)servizio pubblico antieducativo ed esclusivamente orientato alla schiavitù dello share.

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