Papa Francesco: “È brutto quando i pastori diventano principi”

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PapaM.Michela Nicolais

“Magari tutti i leader del mondo potessero dire questo!”. Lo ha esclamato a braccio il Papa, a proposito dei tre imperativi di Gesù al centro della catechesi dell’udienza generale di mercoledì 14 settembre: “Venite a me, prendete il mio giogo e imparate da me”. Un invito “sorprendente”, spiega Francesco: Gesù “chiama a seguirlo persone semplici e gravate da una vita difficile, persone che hanno tanti bisogni e promette che in lui troveranno riposo e sollievo”, e per di più lo fa in forma imperativa.

Perché i pellegrini varcano la Porta della misericordia? “Per trovare Gesù, la sua amicizia, il ristoro che solo Gesù sa dare”.

Il Papa lega il Giubileo al primo imperativo: “Venite a me”, in cui Gesù si rivolge “a coloro che sono stanchi e oppressi”, cioè

agli “sfiduciati della vita”.

E il Vangelo “affianca spesso anche i poveri e i piccoli, quanti non possono contare su mezzi propri, né su amicizie importanti” e che “possono solo confidare in Dio”. Consapevoli della propria “umile e misera condizione”, “sanno di dipendere dalla misericordia del Signore, attendendo da lui l’unico aiuto possibile”. “Nell’invito di Gesù – prosegue il Papa – trovano finalmente risposta alla loro attesa: diventando suoi discepoli ricevono la promessa di trovare ristoro per tutta la vita”. “Una promessa che al termine del Vangelo viene estesa a tutte le genti: “Andate dunque – dice Gesù agli apostoli – e fate discepoli tutti i popoli”.

“Accogliendo l’invito a celebrare questo anno di grazia del Giubileo, in tutto il mondo i pellegrini varcano la Porta della misericordia aperta nelle cattedrali e nei santuari, in tante chiese del mondo, negli ospedali, nelle carceri, tutto questo per trovare Gesù, la sua amicizia, il ristoro che solo Gesù sa dare”, il parallelo con l’attualità.

“Gesù non era un principe”: “Si è fatto tutto a tutti, si è donato ai poveri, alla gente, lavorava tutto il giorno con loro”. Con queste parole il Papa spiega il terzo imperativo di Gesù: “Imparate da me”.

“È brutto per la Chiesa – ammonisce a braccio – quando i pastori diventano principi, lontano dalla gente, dai più poveri. Quello non è lo spirito di Gesù, questi pastori Gesù rimproverava e diceva: ‘Fate quello che loro dicono ma non quello che loro fanno!’”.

Gesù “non è un maestro che con severità impone ad altri dei pesi che lui non porta, questa è l’accusa che lui faceva ai dottori della legge”. Al contrario, “si rivolge agli umili e ai piccoli perché lui stesso si è fatto piccolo e umile, comprende i poveri e i sofferenti perché lui stesso è povero e provato dai dolori”. “Per salvare l’umanità Gesù non ha percorso una strada facile”, anzi “il suo cammino è stato doloroso e difficile”.

“Il giogo che i poveri e gli oppressi portano è lo stesso giogo che lui ha portato prima di loro”, le parole dedicate dal Papa al secondo imperativo: “Per questo è un giogo leggero”, perché Gesù “si è caricato sulle spalle i dolori e i peccati dell’intera umanità”. “Anche per noi ci sono momenti di stanchezza e di delusione”. Sono questi i momenti in cui ricordarsi delle parole del Signore, “che ci danno tanta consolazione e ci fanno capire se stiamo mettendo le nostre forze al servizio del bene”. “A volte la nostra stanchezza è causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, perché ci siamo allontanati da ciò che vale realmente nella vita”, dice Francesco al termine della catechesi: “Il Signore ci insegna a non avere paura di seguirlo, perché la speranza che poniamo in Lui non sarà delusa”. “Imparare da lui cosa significa vivere di misericordia per essere strumenti di misericordia”, la consegna del Papa, che ripete: “Coraggio!”, salutato dagli applausi: “Non lasciamoci togliere la gioia di essere discepoli del Signore”.

Il mercoledì di Francesco è cominciato con la Messa celebrata a Santa Marta in suffragio di padre Jacques Hamel, durante la quale il Papa ha definito il sacerdote ucciso il 26 luglio nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray un martire – “è beato adesso”, ha detto all’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun – e ha affermato: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.

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