E’ cominciata l’11 settembre del 2001 la “guerra mondiale a pezzi” descritta da Papa Francesco

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guerraDi Stefano Costalli

Sono già passati quindici anni da quel giorno che molti in Occidente ricordano come se fosse accaduto un mese fa. Chi nel 2001 seguiva la politica internazionale si ricorderà che all’epoca il dibattito era quasi totalmente monopolizzato dal tema della globalizzazione economica. Il G8 di Genova si era tenuto pochi mesi prima e a dieci anni dalla fine della Guerra fredda gli analisti erano in cerca di una chiave interpretativa altrettanto semplice, seppure diversa, che desse un senso a tutto il sistema internazionale. La politica e soprattutto la guerra sembravano destinate a scomparire dal grande scacchiere mondiale. Le guerre civili e i conflitti etnici degli anni Novanta erano stati tragici incidenti, ma la tendenza generale, seppure non dichiarata apertamente, era quella di considerarli episodi strettamente locali.

Molti non vedevano che una volta saltato il tappo del confronto fra le due superpotenze si era scoperta una pentola in piena ebollizione.

Diseguaglianze economiche, discriminazioni politiche, tensioni etniche, regimi dittatoriali e corrotti concorrevano a sfaldare il sistema internazionale sul piano politico, mentre i flussi commerciali e d’investimenti tendevano a connetterlo sul piano economico.
La “guerra mondiale a pezzi” così ben descritta da Papa Francesco era già iniziata oltre quindici anni fa. Con gli attentati di Al Qaeda negli Stati Uniti si rivelò a tutto il mondo. Da quel giorno il terrorismo è diventato un fenomeno tipico del nostro tempo, una preoccupazione che si affaccia quasi quotidianamente nelle nostre vite, un filo che ci lega ad allora e contribuisce a fare di questi anni un lungo presente.

Dal 2001 è anche completamente cambiata l’attenzione dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali nei confronti dell’Islam. Prima solo gli specialisti si interessavano al fenomeno del fondamentalismo islamico, mentre oggi ciascuno di noi si preoccupa per gli attentati organizzati da reti terroristiche transnazionali che propugnano la jihad e si interroga sull’integrazione delle comunità islamiche in Europa e in Italia.

Anche la radice di questo fenomeno affonda negli anni che vanno dalla fine della Guerra fredda all’11 settembre 2001. Venuto meno il sostegno e la protezione delle due superpotenze, molti stati clienti videro indebolirsi le loro strutture istituzionali, piagate dall’inefficienza e dalla corruzione, sormontate da governi invisi alle proprie popolazioni. Altri stati colsero l’occasione della maggiore libertà concessa loro dal nuovo sistema internazionale per propagandare direttamente o indirettamente un’ideologia di matrice religiosa che tracciava la strada per cambiare con la violenza uno status quo percepito da molti in Medio Oriente come fonte di discriminazione, diseguaglianza, frustrazione. Imam fondamentalisti iniziarono così a propagarsi per il Medio Oriente e per le periferie delle grandi città europee, dove con gli imperi coloniali prima e i flussi migratori poi si sono formate ingenti comunità islamiche non sempre ben integrate.

È questa tutt’oggi la questione del “rapporto fra noi e l’Islam”, di cui dovremo continuare a occuparci con attenzione e saggezza anche dopo che l’Isis sarà sconfitto nella sua forma territoriale.

Se vogliamo uscire dal lungo presente iniziato quindici anni fa, dobbiamo agire sia sul fronte interno che su quello della politica estera. In Europa e nel nostro Paese dobbiamo riscoprire e difendere la nostra identità culturale e religiosa, ma allo stesso tempo lottare contro le discriminazioni. Le leggi devono essere rispettate da tutti, così come i principi che le ispirano, ma allo stesso tempo dobbiamo evitare ghettizzazioni e costruire una società in cui ci sia spazio anche per chi si professa musulmano. Sul fronte esterno, è necessario rimediare ai molti errori commessi negli ultimi quindici anni, iniziando finalmente a ricostruire, invece di continuare a distruggere. È indispensabile favorire l’apertura dei regimi mediorientali e nordafricani, sostenendo fattivamente chi, come la Tunisia, sta facendo grandi sforzi in quella direzione. Senza investimenti massicci dall’altra parte del Mediterraneo, sia sul piano politico che su quello economico, otterremo solo soluzioni tampone. L’Europa deve tornare quel faro di libertà e giustizia che può essere, capace di affascinare persone di culture e fedi diverse e di illuminare la propria radicale differenza rispetto a progetti politici basati sulla violenza e la schiavitù.

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