Dinanzi alla satira che ferisce… integriamo istinto, critica ed etica

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personeDi Massimiliano Padula

Je suis Charlie. Je ne suis pas Charlie. Nel tempo dell’incerto e della schizofrenia da social network anche le appartenenze diventano fluide. Non sappiamo più chi siamo. Cambiamo pelle e idea in poco tempo. Meno di un anno fa la vicinanza al giornale satirico parigino si era fatta segno convenzionale e internazionale di lotta al terrorismo islamico. Oggi quel Charlie Hebdo è irrispettoso, scandaloso, immorale.

Cos’è la satira? Fino a che punto può spingersi? Non è facile rispondere guardando quelle vignette che, a suon di cliché culinari italioti, dileggiano una tragedia immensa.

E lo fanno vigliaccamente smentendo il senso originario della satira (far vedere ciò che l’ufficialità nasconde e quindi compiere un servizio al bene comune) e riducendola ad uno sberleffo verso persone scomparse che non possono più rispondere.
Proprio per questo è necessario riflettere sui livelli di lettura che questa questione ha innescato. Per evitare, cioè, che la valanga di considerazioni sparse, di post e di tweet a riguardo, impediscano di cogliere l’essenziale, di svelare l’invisibile e l’autentico che si cela dietro alle azioni e alle intenzioni dell’uomo.
Il primo grado di comprensione fa riferimento all’immediato, alla reazione che rivolta la pancia, che smuove le corde sopite della nostra indignazione.

È nella “normalità” di quel pugno bergogliano post insulto materno, che tendiamo spesso a identificarci quando toccano ciò che di più caro abbiamo. I figli, i genitori, la casa, il luogo natio sono pezzi di identità così preziosi che nessuno può permettersi di profanarli.

Neanche un giornale che fa della satira estrema il suo linguaggio, il suo codice di interpretazione delle cose del mondo. La reazione istintuale fa parte di noi ma rischia di piegarsi alle logiche di un rancore fine a se stesso se non è accompagnata da un secondo livello di comprensione che fa della coscienza responsabile e della critica composta, i suoi motori principali. Charlie Hebdo è un periodico satirico. Non dobbiamo dimenticarlo. E la satira è un contenitore pieno (saturo appunto) fatto di ironia e idiozia allo stesso tempo. Compiacersi o infastidirsi dei suoi contenuti dipende dal grado di prossimità che ci lega ad essi. In questo caso il terremoto, le sue vittime, le sue conseguenze sono parte di noi, così vicine (fisicamente e affettivamente) da condividerne dolore e pianto, rassegnazione e volontà di riscatto.

Nostro malgrado viviamo in un’epoca del primato della contingenza nella quale – scrive il sociologo Mongardini – l’uomo vive schiacciato tra “un umanitarismo astratto e totalitario e l’aggressività generata dall’egoismo utilitaristico”. Ecco perché tendiamo un giorno a benedire Charlie e poco meno di un anno dopo a condannarlo duramente. Non si tratta di voltagabbanesimo o incapacità di avere un’opinione univoca ma solo dell’umana condizione di scelta in relazione alle percezioni nostre e a quelle della comunità a cui ci sentiamo di appartenere in quel momento. Ma anche questo atteggiamento è parziale, rischia di non essere capito. Per completarlo serve che il livello di comprensione (il terzo e ultimo) sia soprattutto etico.

È necessario che anzitutto emerga l’uomo nella sua pienezza, nei suoi doveri e nei suoi diritti.

Non serve scomodare la Dottrina sociale della Chiesa per capire che dignità dell’uomo, solidarietà e  responsabilità sono alcune delle basi per guidare la nostra esistenza. Solo così al diritto di espressione (e di satira) possono corrispondere dei sani e argomentati diritti di replica, di discussione, di rifiuto o di assenso. Solo così potremmo sentirci Charlie oppure disapprovarne i contenuti come nel caso delle ultime, indegne, vignette. Integrare istinto, critica ed etica è, dunque, il primo passo per inquadrare il reale, anche quello che non vorremmo mai vivere. Per vivere con quella “guarigione del cuore” che Papa Francesco auspica quando chiede misericordia e amore anche verso chi oggi è visto come un nemico. Senza paura. Come cattolici. Come uomini.

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