Nelle Marche il terremoto si è preso anche le chiese

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Chiesa terremotoDi Francesca Cipolloni

Qual è il fine, qual è il voler sincero e l’intenzione vera della natura?”. Probabilmente oggi Giacomo Leopardi se lo domanderebbe di nuovo, mentre anche la Pinacoteca civica e diocesana di Visso, che ospita il Museo dei manoscritti del poeta, accusa i terribili colpi che il sisma del 24 agosto ha assestato al Centro Italia. Le Marche, oltre a piangere le vittime di Arquata e Pescara del Tronto, fa oggi i conti con una dura realtà già tristemente vissuta nel terremoto del 1997: la chiusura delle chiese e le lesioni ai numerosi edifici religiosi che costituiscono, per tutto il territorio dal Pesarese al Piceno, un’eredità culturale immensa, nonché una provvida fonte turistica. “Anche l’arte ferita, si sa, non può aspettare e i primi momenti sono fondamentali”, ha dichiarato il ministro Dario Franceschini.Già a partire dalla notte del terremoto in ogni diocesi della regione è scattata la macchina dei sopralluoghi. Con i vescovi marchigiani in prima linea a verificare di persona, con i tecnici, la situazione.Scontato sottolineare che è la Chiesa di Ascoli-Piceno ad aver subìto le maggiori perdite, umane prima ancora che materiali. “Tutti gli edifici sacri dei comuni di Montegallo e Arquata del Tronto sono stati dichiarati inagibili su ordinanza del sindaco. Si tratta di inagibilità presunta, dettata da ragioni di sicurezza”, dichiara don Elio Nevigari, incaricato diocesano per i Beni culturali ecclesiastici, aggiungendo che “a Pescara del Tronto la chiesa è andata completamente distrutta. Ad Ascoli città risultano inagibili le chiese del Santissimo Crocifisso, S. Giacomo Apostolo e S. Vittore per leggeri danni all’interno”. A temere poi per gli edifici di culto e a monitorarne costantemente la tenuta sono, in particolare, le diocesi che coprono l’intera provincia di Macerata, che continua a risentire dello sciame sismico in corso.

Pienamente operativa la task force di Camerino-San Severino Marche: il lavoro si preannuncia lungo sia per la vastità del territorio diocesano, sia per il gran numero di chiese e la vicinanza alla zona epicentrale. “In base ai dati che stiamo raccogliendo con perlustrazioni dirette e con segnalazioni che ci pervengono dalle vicarie e dai parroci il sisma ha generato problemi più ingenti rispetto a quelli del fenomeno tellurico di quasi vent’anni fa”. A raccontarlo èLuca Maria Cristini, direttore dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali ecclesiastici: è lui, in questi giorni, ad accompagnare l’arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro in una capillare verifica che corrisponde ad un elenco di danneggiamenti gravissimi. “Mi sono confrontato con monsignor Nunzio Galantino e ho ricevuto solidarietà anche dal cardinale Pietro Parolin – afferma mons. Brugnaro -, sollecitando anche l’attenzione da parte del Governatore delle Marche in termini di fondi per la ricostruzione: alla comunità dei credenti dico che il cristiano sa che Dio non ci abbandona e ci chiede ora di essere noi luce, solidale e premurosa, per aiutarci tutti nel costruire una società migliore”. “Camerino, San Ginesio, Castelsantangelo sul Nera, Ussita, Visso, Caldarola, Sarnano, Macereto, Castello di Lanciano di Castelraimondo, San Severino Marche: questi i territori fortemente compromessi – spiega ancora Cristini – con il Museo diocesano di Visso in grave condizione di rischio per il pericolo di crollo del massiccio campanile a vela della chiesa di sant’Agostino, che lo ospita”. Camerino, oltre agli edifici pubblici (colpiti come in altri comuni del Maceratese) ha le principali chiese inagibili; per nulla positiva, inoltre, la condizione delle chiese di San Ginesio. “Per fortuna le opere di miglioramento eseguite con criteri aggiornati al 1998 ha scongiurato crolli maggiori – chiarisce l’architetto -, tuttavia gran parte delle 486 chiese dell’arcidiocesi risultano danneggiate anche solo negli apparati decorativi e l’opera di riparazione non era stata del tutto completata”.

Nel preoccupante resoconto non manca nemmeno la diocesi di Fermo dove ad Amandola si è registrato il crollo del campanile della chiesa di San Francesco, gravemente danneggiata anche all’interno. Alla conta dei danni si aggiungono quelli nella chiesa del Santuario della Madonna dell’Ambro, (parrocchia di Montefortino) dove il sisma ha lesionato agli affreschi ed ha aperto una lacerazione sulla volta. Nel Fermano, i maggiori danni si riscontrano in tre chiese di Rapagnano, a S. Vittoria in Matenano e a S. Angelo in Pontano. Chiuse anche quattro chiese a Corridonia e Mogliano.

Tutt’altro che incoraggiante la situazione per le Unità pastorali di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia che elencano non poche strutture lesionate: 3 le chiese inagibili per danni ingenti accertati, 16 quelle chiuse per danni verificati e ancora da approfondire, 12 le parrocchie interessate e 23, in totale, le chiese per ora non utilizzabili. “La situazione peggiore – sottolinea il vescovoNazzareno Marconi – è senza dubbio quella che interessa Macerata, con diverse chiese del centro cittadino chiuse e, in particolare, quella delle Vergini, inagibile a causa dei danni che hanno interessato la cupola. La cattedrale di San Giuliano è compromessa: alcuni distacchi e fessurazioni rendono inutilizzabile le sacrestie e creano problemi di staticità ad alcune parti della volta. A causa dell’emergenza, celebreremo la Messa per la festa dello stesso patrono allo Sferisterio, esprimendo nella preghiera la nostra vicinanza alle popolazioni terremotate”. Danni ingenti si registrano anche a Tolentino, dove, oltre a quattro chiese chiuse, la chiesa del Santissimo Crocifisso è stata dichiarata inagibile per il crollo della volta, e a Treia, con il noto Santuario del Santissimo Crocifisso pure inaccessibile. Seppur al vaglio di ulteriori accertamenti, risultano comunque compromesse molte altre strutture dei piccoli borghi del territorio diocesano, già lesionate dal precedente terremoto. Interessata, infine, anche la diocesi di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado, dove la cattedrale è stata duramente lesionata con la caduta di calcinacci e decori in stucco: una situazione allarmante che impone la chiusura della struttura per ulteriori controlli. Decisioni che pesano, perché parroci, Pastori e architetti ben conoscono le fatiche che comportano il recupero e la riapertura di questi pezzi di storia all’ombra degli Appennini. “Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un’altra cosa. Non si sa ancora che cosa sarà”, scriveva Gianni Rodari, e c’è davvero da augurarsi che per le Chiese marchigiane l’avvenire possa fondarsi sulla speranza.

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