Depressione post ferie, in Italia ne soffra una persona su due

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economia lavoro disoccupazioneDi Maurizio Calipari

“L’estate sta finendo”, cantavano trent’anni fa gli scanzonati Righeira. Un tormentone di successo che le radio, però, trasmettevano ossessivamente già dall’inizio della stagione estiva, quando in realtà l’estate stava appena iniziando. E canticchiandolo di continuo, tanta gente finiva per intristirsi, pensando che presto sarebbe finita la pacchia. Un esempio di come si può vivere male il tradizionale tempo di ferie e riposo, che – fenomenologicamente – si va riducendo sempre più, per varie ragioni (economiche, sociali, organizzative, ecc…). E chi può ancora permettersi di godere un periodo (pur in misura ridotta) di vacanza – udite, udite – rischia al ritorno di… cadere in depressione!
Gli studiosi la chiamano “sindrome depressiva post-ferie” e pare che – secondo un recente studio condotto da ‘In a bottle’ su circa 2.500 abitanti del Bel Paese – ne soffra addirittura 1 italiano su 2! Con tanto di sintomi specifici: stanchezza, problemi di concentrazione, arrabbiatura facile, tendenza all’isolamento, un disagio che alcuni giungono a somatizzare fino a sperimentare disturbi fisici e dolori. Come dire, oltre al danno (poche ferie) la beffa (al ritorno stai peggio della partenza)!
E per superare questa “orribile patologia” – dati alla mano – c’è chi (31%) cerca di superare il momentaccio dedicandosi ai piaceri della gola; altri (24%) invece provano a dilatare i tempi del sonno oppure, all’opposto, a ridurli (25%) e darsi all’iperattivismo. Il 13%, poi, dichiara di concedersi tutti i vizi possibili, mentre il 12% prova a tenere la mente sgombra dall’ansia, impegnandola in varie attività. Quanta fatica per superare il mal di “ferie finite”! Insomma, un vero e proprio fenomeno sociale, alquanto “inquietante”. Ma soprattutto un sintomo preoccupante. E sì, perché se anche le agognate ferie, al loro termine, diventano causa di malessere pur senza l’occorrenza di motivazioni specifiche, probabilmente in tanti di noi c’è qualcosa che non va nel modo di vivere ed interpretare la nostra quotidianità.
Non stiamo bene nel tempo di lavoro che, in molti casi, è fonte di “stress” (per varie ragioni), percepito come esperienza ostile ed estranea a noi stessi, nei casi peggiori un incubo da cui svegliarsi appena possibile; tanto che rischiamo di viverlo… “in apnea”, come trattenendo il respiro, sperando che arrivi presto una pausa temporale che ci permetta di riprendere fiato, di riempirci i polmoni di aria pulita.
Non stiamo bene neanche dopo aver goduto le nostre ferie, perché viviamo il rientro come un duro “ritorno alla realtà”, dopo l’immersione in un mondo fantastico, quasi irreale. E prima o poi, si sa, i sogni finiscono.
Ma perché tutto questo?

Forse, abbiamo bisogno un po’ tutti di ritrovare serenità ed equilibrio in ogni tempo, tanto nel lavoro impegnato come pure nel riposo. Forse abbiamo bisogno di superare quella frammentazione eccessiva che fa della nostra vita “uno spezzatino”, un insieme di tempi e periodi radicalmente separati tra loro e senza un filo rosso che li colleghi, integrandone gli aspetti e dando un senso compiuto all’insieme.

Così, il tempo dell’impegno attivo e della fatica, che richiede a noi sacrificio, diventa ai nostri occhi così “negativo” da diventare quasi insopportabile, e l’unica cosa che può compensare la nostra insofferenza è la sua cessazione (pur temporanea). Ma allo stesso tempo – e con la stessa logica – viviamo anche il tempo del riposo come avulso dal resto della vita, come un viaggio in una sperduta e lontana isola felice, da cui il ritorno è traumatico perché richiede di riadeguarsi alla faticosa quotidianità da cui eravamo fuggiti.
Ma se invece provassimo a ridare unità a ciò che viviamo? Se provassimo a ricentrare i tempi diversi che viviamo sul progetto complessivo della nostra esistenza, rimettendo continuamente in evidenza le priorità e i valori cui ci ispiriamo? Se tempo lavorativo e tempo del riposo fossero considerati due facce della stessa medaglia, cioè di noi stessi che realizziamo la nostra storia? Allora, forse, riusciremmo a godere maggiormente di ogni fase della vita quotidiana come integrativa della precedente e premessa della successiva. Allora, non ci sarebbe bisogno di illusorie fughe dalla realtà, né traumatici ritorni ad essa. Allora, il tempo del lavoro continuerebbe ad essere faticoso, ma già avrebbe un po’ il profumo delle ferie che verranno; e queste, sarebbero godute con serenità, consapevoli che il ritemprare le forze fisiche ed interiori è premessa per riprendere un impegno lavorativo maggiormente efficace e produttivo.
“L’estate sta finendo”. Sì, ma – con buona pace dei Righeira – solo a tempo opportuno, perché ogni tempo è un’opportunità da cogliere per la nostra vita.

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