Terremoto, le lacrime della maestra

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TerremotoNell’epoca del giornalismo 2.0, con internet che spopola, il terremoto nel Centro Italia è diventato un evento “social”, condiviso, forse come non mai prima, sia per quanto riguarda le notizie – continuamente aggiornate “in tempo reale” – sia, soprattutto, per quanto riguarda le emozioni. I siti internet – quelli giornalistici e non solo e poi Twitter, Facebook, Instagram e chi più ne ha più ne metta – hanno ospitato di tutto, dai video amatoriali alle foto delle persone scampate al pericolo, dai servizi strutturati ai semplici “like” e ai lanci di chi è ormai abituato a partecipare alla vita comune attraverso la rete e la condivisione virtuale.
Tra gli innumerevoli filmati circolanti, uno, breve, credo meriti uno sguardo particolare. E’ una rapida sequenza di immagini davanti alla scuola “Romolo Capranica” di Amatrice, ridotta in macerie dal terremoto. Una donna, giovane, in lacrime, spiega al cronista: “E’ la scuola media e elementare”. E poi racconta, commossa: “Ho insegnato per tanti anni qui, fino allo scorso anno. Quest’anno no…”. Non riesce ad andare avanti, “E’ incredibile”, dice tra i singhiozzi.
Un’altra giornalista le chiede: “Ma lei è proprio di qui, signora? Proprio di Amatrice? No io sono di vicino L’Aquila, ma ho pensato ai miei alunni… qualcuno l’ho trovato, qualcuno no…”. Poi di nuovo le lacrime hanno il sopravvento. “Scusatemi…”, si schermisce. “Ci scusi lei”, chiude la giornalista, tirandosi rispettosamente indietro. Restano le immagini: una scuola distrutta, una maestra che piange.
“Ci scusi lei”. Anche l’invadenza abituale dei media sente il dovere di fermarsi di fronte a una testimonianza che lascia intravedere l’intensità di quel “rapporto di cura” che è proprio del mondo della scuola.
“I care”, diceva e scriveva don Lorenzo Milani. Mi interessa, mi importa, ho a cuore… Sulla scuola di Barbiana campeggiava questo motto, contraltare al “Me ne frego” fascista. In due parole il sacerdote e maestro fiorentino riassumeva le finalità di cura educativa della scuola, che voleva orientata a promuovere apertura e sollecitudine per l’altro, con attenzione e rispetto, capace di sollecitare anche una presa di coscienza civile e sociale.
Vengono in mente queste riflessioni guardando e ascoltando le parole e le lacrime della maestra di Amatrice. Che si sente in dovere di arrivare, da un altro paese, a cercare i suoi alunni. Che guarda sconsolata le macerie e si sente coinvolta in prima persona nel crollo non solo di un edificio, ma di un mondo. E’ parte, lei stessa, di una comunità che non ha confini geografici, ma è costruita sul quel reciproco legame di cura che può realizzarsi e crescere proprio nelle aule scolastiche.
Un legame di cura che è poi lo stesso alla radice della mobilitazione ogni volta imponente dei volontari che accorrono a dare una mano a chi ha bisogno. Nelle tragedie come il terremoto e in tante situazioni meno eclatanti. Dove si impara? Non si misura con i test Invalsi o Pisa, ma la maestra di Amatrice lascia sospettare che la scuola, la nostra scuola qualche (buona) responsabilità ce l’ha.

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