Nel ghetto di Rignano Garganico, dove cristiani e musulmani (tutti sfruttati) vivono in pace

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agricolturaDi Andrea Damacco

Si trova in una grande landa desolata, a pochi chilometri da Rignano Garganico, in provincia di Foggia. Tutti lo chiamano il grande ghetto di Rignano e non è altro che il più grande accampamento di migranti, lavoratori stagionali che pur di poter guadagnare qualcosa passano le caldissime estati pugliesi con la schiena piegata a raccogliere pomodori. Sorto quindici anni fa dopo lo sgombero di uno zuccherificio dismesso che ospitava molti braccianti stranieri sfruttati nei campi del “triangolo della schiavitù”, il grande ghetto ospita oggi più di duemila migranti, stipati in precarie baracche costruite con vecchie lamiere, cartoni e assi di legno. Una vera e propria città invisibile agli occhi dello Stato e della società. Una “non città”, come l’ha definita il ministro della giustizia Andrea Orlando, fatta di degrado e sfruttamento. Ma non di illegalità e conflitto, men che meno religioso, come qualcuno, allarmisticamente, ha rilevato.

“Tra i cristiani e i musulmani del ghetto non c’è alcun odio.

Qui tutti sono solidali gli uni con gli altri e non si è mai verificato alcun episodio di tensione religiosa, nessuno ha mai impedito di dire messa o di vivere attivamente la propria fede”. Smentisce categoricamente qualsiasi scontro interreligioso il direttore della Caritas di Foggia, don Francesco Catalano. “Non so perché si voglia fare ‘terrorismo dell’informazione’, ma questo fa male a tutti creando un clima di tensione e di odio che non serve a niente”.

Pace e solidarietà tra migranti. Nel ghetto di Rignano musulmani e cristiani vivono in pace, aiutandosi l’un l’altro. I trecento cristiani che abitano il campo, divisi in pentecostali, evangelici, testimoni di Geova e cattolici, vivono in armonia con i più di 1200 musulmani compagni di accampamento. “Un giornale ha parlato di divieto ai cristiani del campo di vivere la propria Fede. Non è vero – continua don Francesco -. Anzi.

Il 2 marzo scorso per esempio, dopo l’incendio che ha devastato il campo nel silenzio di tutti, la Caritas con i sacerdoti e i fedeli della parrocchia di Gesù e Maria, ha portato all’interno del ghetto la Croce di Lampedusa, costruita con i resti dei barconi e benedetta da Papa Francesco.

Una croce alta due metri portata a spalla dai volontari come in una via crucis per tutto il ghetto, sotto gli occhi dei migranti per la maggior parte musulmani, che hanno ben accolto l’evento per il grande contenuto simbolico”. Ai piedi di quella croce tutti gli abitanti del ghetto deposero una piccola croce realizzata con i resti delle travi di una baracca bruciata, realizzata come segno da lasciare dopo un evento di profonda matrice cristiana, vissuto all’interno del ghetto con la collaborazione dei musulmani presenti. Era l’occasione giusta per cercare un clima nuovo. Ma mai da soli grazie all’aiuto della Caritas foggiana. E, almeno fino a un anno fa, grazie a padre Arcangelo Maira, sacerdote scalabriniano con una lunga esperienza da missionario in Africa, che ogni giorno celebrava messa ed era sempre presente per gli uomini invisibili del ghetto. Oggi la sua assenza si sente, e tanto, nel campo. Ma i migranti del campo hanno bisogno di Dio e così si muovono, alcuni ogni giorno, per andare a messa nelle parrocchie o recarsi nelle chiese evangeliche o pentecostali presenti in Capitanata.

Restituire dignità e diritti. La realtà del ghetto di Rignano è quella di migliaia di uomini e donne sfruttati dai cosiddetti caporali. È una comunità di schiavi invisibili per la società e lo Stato, salvo quei pochi momenti in cui conviene far clamore a fini elettorali. Non hanno un contratto di lavoro, non hanno idea della forza dei loro diritti, hanno paura di denunciare e spesso sono abbandonati a sé stessi. Ci sono fortunatamente la Caritas di don Francesco e le associazioni locali a dar loro sostegno e voce.

“Purtroppo per le istituzioni ci sono persone di serie A e persone di serie C

– dice don Francesco -. Noi provvediamo a portare loro coperte, cuscini, taniche d’acqua. Siamo una delle dieci diocesi in Italia coinvolte nel progetto della Cei ‘Presidio’, per contrastare il caporalato. Ogni giorno tanti operatori stanno accanto ai migranti ascoltandoli, informandoli sui loro diritti di lavoratori e persone. Cerchiamo di capire se hanno un contratto di lavoro regolare, se hanno una busta paga, e laddove riscontriamo situazioni di sfruttamento li invitiamo a denunciare tutto alle autorità, offrendogli anche protezione”. Quella del grande ghetto di Rignano Garganico, come tante altre realtà dei migranti in giro per l’Italia, è una comunità ferita dalla vergogna dello sfruttamento lavorativo. Una situazione che sta lentamente cambiando però grazie ai protocolli d’intesa di Ministeri e Regioni e al lavoro durissimo dei volontari di associazioni, cooperative e Caritas. Un lavoro che, da un lato, ridà dignità e diritti agli sfruttati e che forse, dall’altro, vuole insegnare quanto sia importante la pace e la convivenza pacifica tra i popoli. Al di là di tutte le differenze.

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